Dicono di noi

Panorama Economy - 7 luglio 2005


èItalia - 1 luglio 2005

Quando si pensa ai rapporti tra Stati Uniti e Italia, l’attenzione va all’enorme quantità di materiali d’ogni tipo che l’America ha inviato da questa parte dell’Oceano e alla altrettanto importante massa di beni, in gran parte di qualità, che l’Italia ha esportato negli Stati Uniti e che oggi figura nelle più belle strade delle città americane. Lo scambio commerciale tra i due paesi è certo uno degli aspetti più visibili delle buone relazioni che hanno caratterizzato i rapporti transatlantici. Ma dietro questo aspetto così percepibile c’è la storia profonda delle relazioni Italia-Usa che sono state determinanti per lo sviluppo del nostro paese nell’ultimo mezzo secolo.
I rapporti tra Italia e Stati Uniti rinacquero durante e dopo la guerra. Il punto di partenza simbolico della riscoperta italiana dell’America e degli americani, e della nuova e più realistica conoscenza dell’Italia e degli italiani da parte degli statunitensi può essere fissato nello sbarco delle truppe alleate sulle coste della Sicilia nel luglio 1943. Nei cinquant’anni precedenti il filtro attraverso cui l’America guardava al nostro paese erano gli immigrati italo-americani, oppure, nelle classi colte, le vicende artistiche e culturali che connotavano la nostra storia patria. Il fascismo aveva contribuito, a isolare l’Italia dalla grande corrente della modernizzazione democratica che, nel primo terzo del Novecento, aveva il suo centro a Washington.
Nel dopoguerra è l’entrata dell’Italia nell’orbita occidentale a guida americana che innerva lo sviluppo del nostro paese che, ancora nel 1946, era prevalentemente agricolo, con una società tradizionale e un’economia marginale tra le nazioni moderne. Sono gli Stati Uniti che consentono il reinserimento dell’Italia nel circuito delle democrazie occidentali dopo il disastro della guerra mussoliniana, anche contro la volontà di Inghilterra e Francia. Sono gli Stati Uniti che sollecitano l’Italia a fare parte insieme agli altri paesi europei del Piano Marshall, il primo motore della ripresa economica, civile e sociale della nazione sconfitta. Sono ancora gli Stati Uniti che accolgono nel 1949 l’Italia nell’Alleanza Atlantica che sancisce la definitiva legittimazione italiana nel consesso internazionale tra i paesi sviluppati. E’ determinante in quel momento la scelta del campo occidentale, che non a caso si chiamò “di civiltà”, in contrapposizione con l’opzione filosovietica e con l’ipotesi neutralista che voleva l’Italia in mezzo ai due blocchi.
L’appartenenza dell’Italia alla Comunità atlantica è stata molto più di una scelta politica e militare. Ha rappresentato il contesto su cui si è potuta sviluppare, a un ritmo senza precedenti, la modernizzazione che ha portato, nel giro di quindicennio, il nostro paese nel gruppo di testa dei paesi sviluppati. Da allora l’influenza americana si è fatta sentire, oltre che negli scambi commerciali, anche nella cultura alta e in quella di massa, nelle scienze umane e sociali, nelle tecniche di organizzazione e nelle gestione razionali dei sistemi complessi, nell’avanzamento e rinnovamento delle tecnologie, per non parlare del cinema, dello spettacolo, dell’intrattenimento e poi della televisione, dell’informatica e di tutti gli altri settori di punta che hanno caratterizzato il progresso economico e scientifico negli ultimi decenni.
Non sono stati pochi gli osservatori che hanno parlato di americanizzazione dell’Italia e di tentativo da parte degli italiani di imitare i modi di vivere e di pensare d’Oltreatlantico. La notazione, però, pare non pertinente. Il fatto è che il miracolo italiano è stato favorito e accelerato dalla nostra appartenenza all’area occidentale egemonizzata dagli Stati Uniti i cui volani sono stati i tre pilastri occidentali: la democrazia politica, i diritti individuali e l’economia di mercato. E’ il quadro economico, sociale e più in generale dello sviluppo del paese che ha seguito la scelta ideologica, politica e militare che le classi dirigenti italiani hanno compiuto con lungimiranza tra gli anni Quaranta e Cinquanta.
In sostanza per mezzo secolo l’Italia è stata una buona alleata degli Stati Uniti nel quadro del Patto Atlantico pur mantenendo e sviluppando il rapporto stretto con le grandi nazioni del Vecchio continente che ha progressivamente portato all’Unione europea. Non c’è dubbio che la fortuna dell’Italia sia stata proprio quella di farsi, al tempo stesso, sempre più “americana” ed “europea”. Tutte le volte che il nostro paese si è rifugiato nella chiusura nazionale e autarchica, ha finito per mettersi fuori dal circuito della modernità. In questo senso le scelte politiche di fondo compiute dalle nostre classi dirigenti, non senza forti opposizioni e contestazioni, sono state felici perché hanno portato il paese al punto in cui siamo. Anche il rinnovato vigore con cui, dopo l’11 settembre, è stata rinverdita l’alleanza tra Italia e Stati Uniti continua a rappresentare un fatto positivo, non più per fare fronte al nemico sovietico e comunista, bensì per difendere la nostra civiltà dalla nuova minaccia totalitaria costituita dal terrorismo islamista. In una parola il bilancio delle relazioni politiche, economiche e culturali tra Italia e Stati Uniti è stato un fattore altamente positivo per l’Italia e gli Italiani.
E’ per tale giudizio sul passato e con un simile auspicio per il futuro che si costituisce la Fondazione Italia-Usa. Esistono molte associazioni, gruppi e istituzioni che legano i due paesi. Ma finora non era mai sorta un’istituzione, un centro, un canale che non avesse una qualche specializzazione settoriale, economica, commerciale, scientifica o culturale. La nuova Fondazione vuole essere appunto questo. Un centro di raccolta e di irradiazione delle relazioni tra Italia e Stati Uniti con l’obiettivo di conoscere e far conoscere, di comprendere e far comprendere, e di generare interrelazioni non solo tra élite specialistiche ma anche con strumenti di massa tra quanti in qualche modo ritengono necessario rafforzare i legami di amicizia.
La scommessa vale la pena. Se per sessant’anni il flusso di persone, di beni e di idee nelle due direzioni ha arricchito sia l’Italia che gli Stati Uniti, è assai probabile che anche il nuovo secolo, oltre quello che ci siamo lasciati alle spalle, sarà in qualche modo “americano”. Nel senso che gli Stati Uniti seguiteranno a irradiare la loro energia vitale per la modernità come hanno fatto finora. I promotori della Fondazione Italia-Usa si propongono perciò di cogliere e rafforzare tale flusso ponendosi al crocevia dei rapporti tra Italia e Stati Uniti.