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Analisi e riflessioni dagli Stati Uniti

Sfide importanti per Barack Obama, la strada verso il futuro degli Stati Uniti

Iraq, Afghanistan, narcotraffico e crisi economica. Queste sono solo alcune delle importanti sfide che dovrà affrontare l’amministrazione Democratica guidata dal Presidente Barack Obama, giunto al traguardo dei primi cento giorni di mandato con molte proposte sul tavolo e la possibilità di realizzare con puntualità alcune delle promesse fatte agli elettori nel corso della campagna elettorale. Illustrando l’attuale situazione in Iraq nel corso di una conferenza tenutasi a Washington l’Ammiraglio Mike Mullen, Capo di Stato Maggiore Interforze, ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno compiendo i giusti sforzi affinché possano essere richiamate in patria entro il 2011 le truppe stanziate nella zona. Mullen ha comunque precisato che non sarebbe da escludersi a priori la possibilità che i piani per la smobilitazione delle truppe possano subire rallentamenti o cambiare, anche profondamente, a causa dell’estrema fluidità della situazione sul campo. La diminuzione della violenza potrebbe portare ad un primo consistente ritiro: da 50.000 a 35.000 effettivi schierati potrebbero infatti rientrare alle basi negli Stati Uniti entro il mese di agosto del prossimo anno così da favorire un’eventuale ridislocazione delle forze su altri scenari. Ulteriore indicazione fornita da Mullen riguarderebbe la possibilità che parte del contingente statunitense resti stanziato in Iraq anche oltre la data di rientro complessivo delle forze schierate, già fissata per il 2011. Le parole del Capo di Stato Maggiore Interforze potrebbero essere un primo, chiaro segnale in favore di quella che era definita una possibilità concreta anche da Barack Obama. Parlando nei mesi scorsi del ritiro delle Forze Armate dall’Iraq il Presidente non aveva escluso infatti che un contingente di 30/50.000 effettivi potesse fermarsi nel paese per un lungo periodo. Una serie abbastanza ampia di variabili potrebbe determinare la scelta definitiva della Casa Bianca: i futuri rapporti con l’Iran, la stabilità interna in Iraq e il possibile esacerbarsi della lotta alle milizie talebane in Afghanistan dovrebbero essere le cause primarie per un’eventuale ridefinizione dell’attuale programma per il paese mediorientale.

Proprio la situazione afghana sembra essere ora una delle fonti di maggior preoccupazione non solo per Barack Obama ma ancor più per Robert Gates ed i funzionari del Pentagono. Gli attacchi delle milizie talebane nelle zone di confine con il Pakistan si susseguono incessantemente e in alcune regioni l’esercito di Islamabad e le forze di polizia locale sembrano aver perso il controllo del territorio. Nei giorni scorsi, la nomina del Genrale Stanley McChrystal a capo delle Forze Alleate per la regione di Kabul è stata letta come misura volta a prevenire eventuali attacchi talebani ai siti di stoccaggio delle testate nucleari pakistane. Il pericolo che qualche cellula terroristica riesca a sottrarre materiale nucleare dai depositi di Islamabad non solo sembra essere abbastanza remoto ma non sembra destare eccessive preoccupazioni nell’establishment militare statunitense. La nomina di McChrystal potrebbe invece, più verosimilmente, portare a cambiamenti importanti nel modus operandi delle Forze Alleate schierate nella regione. Il Generale è infatti uno dei maggiori esperti dell’esercito statunitense in tecniche di intelligence e guerriglia, finora poco utilizzate rispetto ad un tipo di pattugliamento e combattimento più tradizionali. Non sarebbero quindi da escludersi rapidi miglioramenti della situazione, anche se la lotta alle milizie talebane è strettamente legata alla lotta al traffico di droga. Sul tema è intervenuto l’Ammiraglio Mullen nel corso di un’audizione al Congresso. Il Capo di Stato Maggiore Interforze ha definito un fallimento totale la guerra alla droga criticando la passata immobilità del contingente internazionale schierato nel paese, legato a regole di intervento troppo restrittive. La situazione sembrerebbe essere migliorata nell’ultimo periodo anche se secondo alcune stime del Pentagono il traffico di stupefacenti finanzierebbe i talebani per una cifra che oscilla tra i 60 e gli 80 milioni di dollari. Dare ai coltivatori afghani un’alternativa redditizia alla produzione di piante da oppio è non solo un elemento chiave della nuova strategia presentata da Barack Obama, ma potrebbe portare risultati importanti nella lotta alle cellule terroristiche della regione. La crisi economica e la crescente disoccupazione potrebbero essere uno dei punti deboli dell’intervento governativo dell’amministrazione Obama in caso di un ulteriore peggioramento della situazione. Nel corso dell’ultimo anno il tasso di disoccupazione è cresciuto costantemente fino a raggiungere 8,9% dell’ultimo mese. In realtà la situazione sarebbe molto più grave: calcolando infatti il numero dei lavoratori sottoccupati e la così detta riserva di forza lavoro il tasso di disoccupazione si aggirerebbe intorno al 17,8%. Uno dei problemi con cui l’attuale amministrazione sarà costretta a confrontarsi riguarderebbe proprio la capacità di creare un numero sufficiente di nuovi posti di lavoro, attraverso stimoli all’economia ed il rilancio della produttività, in misura tale per cui si possa fermare l’emorragia che ha colpito praticamente tutti i comparti economici più importanti. Il rapporto tra il numero di posti lavoro persi ed il numero di posti di lavoro che si sarebbero dovuti creare per tenere il passo con la crescita della popolazione inizia a divenire preoccupante per le ricadute sociali che potrebbe avere in un futuro non troppo lontano.
Un’interessante studio di New America Foundation, think thank indipendente, inquadra con chiarezza quali sono gli attuali punti deboli del sistema statunitense e quali le possibili soluzioni. Al momento il Partito Repubblicano sembra attraversare una fase particolarmente delicata. L’establishment del Grand Old Party appare diviso rispetto a molte delle iniziative proposte dalla Casa Bianca e in discussione al Congresso: sembra essere in corso un rinnovamento della leadership che non mancherà di produrre scontri anche duri tra i vari esponenti. E’ di questa settimana il duello mediatico tra Dick Cheney e Colin Powell rispetto all’appartenenza, o meno, dell’ex Segretario di Stato al Partito Repubblicano dopo l’appoggio dato a Barack Obama nel corso delle ultime elezioni presidenziali. Le accuse e le critiche portate dall’ex vicepresidente sono state probabilmente la risposta ad alcune dichiarazioni in cui Powell criticava aspramente l’operato dell’ex amministrazione Repubblicana e il sostegno dato all’allora candidato Democratico per le elezioni presidenziali deve aver infastidito in modo particolare gli ex compagni di Governo. Tensione nelle fila dei Repubblicani sembra esserci anche in Florida, il cui Governatore ha deciso nelle scorse settimane di candidarsi per il seggio statale al Senato nelle elezioni del prossimo anno. Charlie Christ ha annunciato infatti che ha deciso di non ricandidarsi per il Governatorato dello Stato per tentare così di conquistare il seggio per il Congresso, che da quanto ha dichiarato potrebbe essere il giusto luogo in cui lottare più efficacemente per tutti i cittadini della Florida. La scelta del Governatore ha scatenato le critiche e le preoccupazioni dei rappresentanti del Partito. Critiche perché Christ sarebbe, secondo molti, un candidato troppo moderato rispetto ad alcune questioni chiave per i conservatori Repubblicani; senza dimenticare la decisione di appoggiare, come Governatore, il piano per il rilancio dell’economia voluto da Barack Obama. Preoccupazioni perché la decisione di Christ potrebbe dare il via ad una corsa al cambiamento che rischia di penalizzare pesantemente il Partito Repubblicano in uno degli Stati considerati roccaforti elettorali storicamente vicino alla leadership conservatrice.

Il rinnovamento del Partito, difficile da mettere in atto con una leadership incerta e dirigenti poco inclini a collaborare, potrebbe giungere dal basso. Le associazioni conservatrici stanno infatti riunendo i loro sforzi per ostacolare la prima nomina di Barack Obama per la Corte Suprema. Chiamato a decidere chi sostituirà il giudice dimissionario David Souter, il Presidente avrebbe preso in considerazione una rosa di giudici composta da alcuni esponenti vicini all’area liberal statunitense. Gruppi come Alliance For Justice vorrebbero invece l’elezione di un giudice più vicino alla tradizione, in grado al contempo di porre dei limiti ben precisi ad alcuni temi delicati come le nozze tra persone dello stesso sesso, l’aborto e le citazioni di leggi straniere nelle interpretazioni rilasciate sulla Costituzione statunitense. Difficilmente queste associazioni riusciranno ad ostacolare la nomina del Presidente per la Corte Suprema ma potrebbero invece avere funzione di collante per quegli ambienti conservatori che sembrano attraversare un momento di spaesamento rispetto ai valori cardine su cui fondare la lotta politica. Campagne di questa portata consentono anche una cospicua raccolta fondi, che potrebbe aiutare molto il Partito Repubblicano espostosi anche finanziariamente nel sostenere John McCain nella scorsa campagna elettorale per le presidenziali. (Simone Comi)