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Analisi e riflessioni dagli Stati Uniti

Le strategie della Casa Bianca e alcuni possibili scenari per le elezioni del 2010

Confermando le attese delle scorse settimane, Barack Obama ha nominato Sonia Sotomayor nuovo membro associato della Corte Suprema. Primo giudice di origine ispanica a ricoprire un ruolo di così alto livello all'interno del maggior organo giudiziario statunitense, la Sotomayor rappresenta quel cambiamento che il primo Presidente afroamericano della Storia degli Stati Uniti aveva promesso in campagna elettorale e sta portando nelle stanze del potere. Mai prima d'ora si era assistito a novità così trasversali nella composizione della squadra di Governo e nelle scelte riguardanti le nomine per gli organi istituzionali statunitensi. Una forte presenza femminile e le nomine di rappresentanti delle diverse minoranze etniche sembrano aver rivoluzionato in pochi mesi un ambiente legato alla tradizione, che ha visto l'establishment di origine WASP (white, anglo-saxon protestant) guidare il paese per più di due secoli cristallizzando la mobilità sociale. Sonia Sotomayor, donna di umili origini, è conosciuta per la sua capacità di affrontare, vincendo, casi di grande impatto mediatico mentre la trasversalità di posizioni rispetto a questione delicate di natura politica ed etica la rendono un personaggio gradito anche a molti rappresentanti dell'attuale amministrazione. L'eccessivo liberalismo e le presunte ingerenze nel campo politico di alcune delle sentenze emesse dalla neonominata giudice potrebbero costituire il casus belli dello scontro tra Democratici e Repubblicani rispetto alla conferma della nomina. La decisione di Obama è stata accolta con favore dall'opinione pubblica, sostegno che gioverà alla maggioranza Democratica al Senato per procedere compatta verso il voto che consentirà alla Sotomayor di affiancare Ruth Bader Ginsburg, unica donna presente, nel supremo organo giudiziario del paese. La strategia inclusiva messa in atto da Barack Obama sembra riguardare non solo i rappresentanti delle minoranze etniche ma, per calcolo politico, anche alcuni dei rappresentanti del Partito Repubblicano. In quest'ottica dovrebbe infatti leggersi la nomina di John McHugh, eletto Rappresentante dello Stato di New York nelle fila del Partito guidato da Michael Steele, a Segretario dell'Esercito. La strategia messa in atto dalla Casa Bianca negli ultimi mesi sarebbe volta ad avvicinare al Partito Democratico alcuni degli esponenti di spicco delle correnti moderate del Grand Old Party. A supporto di questa tesi non bisogna dimenticare quanto già accaduto con Ray La Hood, nominato Segretario ai Trasporti, e con il Governatore dello Stato dello Utah Jon Huntsman, recentemente nominato ambasciatore in Cina. L'appoggio del Presidente e del capogruppo al Congresso Harry Reid alla candidatura per la rielezione dell'ormai ex Repubblicano della Pennsylvania Arlen Specter sembra poter essere un ulteriore segnale della volontà di Barack Obama e della leadership Democratica. Aver accolto il transfuga Repubblicano a dispetto dei malumori di buona parte dei vertici statali del Partito sembra essere un chiaro monito lanciato dalla direzione nazionale ai conservatori moderati, che potrebbero decidere di lasciare il gruppo di minoranza per cercare la rielezione nelle fila del Partito Democratico. Se la strategia della Casa Bianca si rivelasse vincente il Grand Old Party rischierebbe di vedersi relegato negli Stati del profondo sud del paese. I Governatori Repubblicani più in vista, Arnold Schwarznegger in California e Charlie Crist in Florida, hanno accolto favorevolmente le proposte di Obama per l'economia e non hanno fatto mistero dell'intenzione di voler continuare ad appoggiare le proposte della Casa Bianca su alcuni temi molto delicati. Non si dovrebbe escludere a priori l'ipotesi che altri rappresentanti conservatori moderati decidano di appoggiare i programmi dell'amministrazione Democratica a dispetto dell'appartenenza politica, nel tentativo di evitare una sconfitta alle prossime elezioni per il rinnovo del Congresso. Un approccio maggiormente populista potrebbe essere invece, secondo molti analisti, la giusta strategia da seguire per riportare il Partito Repubblicano alla vittoria nelle prossime elezioni. Le esperienze di Tom Pawlenty e Mitch Daniels, Governatori del Minnesota e dell'Indiana, sarebbero un chiaro esempio di quanto il Grand Old Party dovrebbe tornare a fare per riavvicinarsi ad un elettorato deluso da otto di anni di un'amministrazione mostratasi lontana dalla base elettorale ed incapace di farsi carico delle istanze della popolazione. Entrambi i Governatori hanno fatto del contatto diretto con l'elettorato il punto di forza della loro campagna, viaggiando negli Stati che ora governano non solo si sono presentanti ai cittadini a cui chiedevano il sostegno ma sono riusciti a riannodare i rapporti tra il Partito Repubblicano e la base elettorale scontenta della leadership a Washington. Un certo populismo nelle dichiarazioni e nella campagna elettorale potrebbe quindi essere la chiave di volta per il successo dei Repubblicani impegnati il prossimo anno con le votazioni per il rinnovo del Congresso. Molti candidati, conservatori e non, hanno tratto benefici importanti dall'utilizzo di un certo tipo di retorica in campagna elettorale. Mike Huckabee, ex Governatore dell'Arkansas, e Al Gore, candidato Democratico alla presidenza nelle elezioni del 2000, hanno spesso utilizzato dichiarazioni a chiaro sfondo populista per avvicinare nuovi elettori a candidature che sembravano essere in difficoltà. La strategia Repubblicana per le prossime elezioni potrebbe quindi poggiare su una ritrovata capacità dei rappresentanti di spicco del Partito di farsi ascoltatori attenti oltrechè portatori a Washington delle richieste degli elettori. Non bisogna però dimenticare quella che sembra dover essere la missione primaria del Grand Old Party: riconquistare il voto di una classe media sempre più lontana dalle proposte conservatrici e dai candidati Repubblicani.

Chi potrebbe invece incontrare qualche ostacolo nel cammino verso la rielezione sembra essere il capogruppo dei Democratici al Congresso, il Senatore del Nevada Harry Reid. I Repubblicani sembrano aver messo nel mirino l'influente rappresentante Democratico nel tentativo di ostacolarne la riconferma, evento che avrebbe sicure ricadute sulla compattezza ed il peso del gruppo di maggioranza al Congresso. Reid è infatti uno dei Senatori più conosciuti e stimati tra i Democratici e la sua influenza sembra estendersi anche ai rappresentanti Repubblicani, come accaduto nel caso di Arlen Specter. Sarebbe stato proprio il Senatore del Nevada a preparare il passaggio del Repubblicano verso le fila dei Democratici, assicurandogli la candidatura per la rielezione in Pennsylvania senza dover passare dalle primarie di Partito e godendo dell'appoggio della leadership in campagna elettorale. Barack Obama si è mosso personalmente per sostenere la raccolta fondi in favore di Reid, segnale questo che mostra la volontà della Casa Bianca e dei vertici del Partito di non lasciare che accada quanto già successo nel 2004, quando i Repubblicani riuscirono ad estromettere dal Senato il capogruppo Democratico Tom Daschle, rappresentante del South Dakota. Reid avrebbe già pianificato una campagna elettorale particolarmente aggressiva, dichiarando di voler investire più di 25 milioni di dollari per assicurarsi la rielezione. Di certo dovrà continuare con l'operazione di smarcamento dalle correnti più liberal del Partito, dato l'elettorato mediamente conservatore a cui dovrà chiedere il voto. Al momento alcuni sondaggi indicano che Reid è visto come un personaggio lontano dalle istanze dell'elettorato che dovrà rappresentare perché inserito profondamente negli ambienti governativi della capitale. Solo il 35% dei futuri votanti ha confermato ai sondaggisti la volontà di appoggiare il candidato Democratico, dato che dovrebbe destare qualche preoccupazione se si pensa che i Repubblicani non hanno ancora formalizzato alcuna candidatura e che un'alta percentuale di elettori disapprova quanto fatto finora da Reid. Non bisogna inoltre dimenticare che proprio nel 2010 in Nevada si terranno le elezioni per il Governatorato dello Stato. Il Repubblicano Jim Gibbons, attualmente in carica, non verrà ripresentato a causa degli scandali e della poca popolarità di cui gode, senza contare le indagini aperte dall'FBI per verificare possibili irregolarità nella situazione finanziaria personale del Governatore. Il Nevada potrebbe quindi rivelarsi un banco di prova importante per entrambi i Partiti: chiamati a confermarsi come prima forza politica del paese, i Democratici potrebbero conquistare lo Stato e riconfermare alla carica di capogruppo al Senato Harry Reid. Non è però da escludersi a priori la possibilità che con una campagna elettorale particolarmente velenosa e l'appoggio dei movimenti conservatori più oltranzisti il Partito Repubblicano riesca a mantenere il Governatorato dello Stato e a conquistare la fiducia degli elettori anche per i rappresentanti al Congresso. Molto dipenderà dai candidati che i due Partiti decideranno di presentare, i Democratici subiranno l'influenza delle politiche votate a Washington mentre i Repubblicani dovranno fare i conti con la cattiva gestione dell'attuale Governatore. Sembra farsi comunque sempre più probabile la possibilità che per conquistare il Nevada, uno Stato che conta poco più di due milioni e mezzo di abitanti, possa scatenarsi uno scontro elettorale durissimo, il cui risultato potrebbe avere ricadute importanti a livello nazionale. (Simone Comi)