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Analisi e riflessioni dagli Stati Uniti

Il discorso del Cairo e la politica estera della Casa Bianca per il Medio Oriente

“Sono venuto qui da voi per gettare le basi di un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo; un nuovo rapporto fondato sul reciproco rispetto e su interessi comuni”. E ancora: “L’America e l’Islam non si escludono a vicenda e non sono in competizione ”. Questi potrebbero essere considerati due passaggi significativi di un discorso, quello pronunciato dal Presidente Barack Obama al Cairo, che rappresenta una base solida su cui poter costruire i nuovi rapporti tra mondo islamico e Stati Uniti dopo gli screzi e le tensioni degli ultimi anni di presidenza Bush.

Il neo Presidente Democratico si è presentato al mondo islamico con l’umiltà di un leader che è consapevole di dover recuperare un rapporto deterioratosi per colpe ed incomprensioni la cui responsabilità è di altri, ma che nutre al contempo la speranza e la ferma convinzione di poter costruire un futuro in cui lo “scontro di civiltà” sarà sostituito dalla comprensione. Allontanare gli stereotipi con cui vengono solitamente descritti gli Stati Uniti ed il mondo musulmano: questa la promessa di Barack Obama, questo l’impegno richiesto ad una società civile, quella di alcuni paesi arabi, che in innumerevoli situazioni è stata facilmente condizionata dalle invettive antiamericane lanciate dalle formazioni fondamentaliste. Le parole del Presidente statunitense non state solamente una promessa fatta al mondo arabo affinché possa scriversi una nuova pagina nella storia dei rapporti con Washington. Si sono rivelate al contempo un chiaro monito per tutti i Governi della regione rispetto alle intenzioni della Casa Bianca per quanto riguarda la politica estera. Così ha Barack Obama ha sottolineato chiaramente che, seppur Israele rimanga un alleato fondamentale in Medio Oriente, non è più possibile ignorare le istanze e le difficoltà di un popolo palestinese ancora senza uno Stato sovrano. L’amministrazione Democratica ha quindi intenzione di sostenere senza particolari riserve la soluzione dei “due popoli, due Stati”, affinché anche i palestinesi possano trovare un territorio su cui esercitare la piena sovranità: una terra da governare autonomamente e in cui gettare le radici del futuro Stato di Palestina. Lo scetticismo mostrato finora dalla leadership israeliana rispetto ad una soluzione che potrebbe quindi portare la formazione estremista Hamas a governare il prossimo Stato palestinese sembra essere l’unica strada percorribile per la Casa Bianca verso la risoluzione della questione, almeno allo stato attuale delle cose. Di certo Barack Obama dovrà tenere conto delle istanze di Gerusalemme e la creazione dell’entità statuale palestinese sarà probabilmente legata al riconoscimento di Israele finora negato da Hamas e dalle principali formazioni combattenti musulmane. La sensazione che sembra crescere negli ultimi mesi sembra essere confermata dai fatti: la nuova leadership statunitense sembra sia maggiormente libera dai condizionamenti esterni rispetto alla precedente amministrazione Repubblicana. Non si dovrebbe comunque escludere a priori la possibilità che le lobby ebraiche negli Stati Uniti, capaci di sottoporre a pressioni a volte irresistibili i rappresentanti al Congresso, riescano ad intercedere presso la Casa Bianca affinché vengano irrigidite le posizioni diplomatiche di Washington in caso di minacce lanciate verso Gerusalemme dalle formazioni legate al fondamentalismo islamico. Barack Obama e i funzionari del Dipartimento di Stato impegnati nei negoziati per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese dovranno poi tener conto di una questione parallela che rischia di far innalzare la tensione nell’area e di aprire fratture difficilmente sanabili tra Stati Uniti ed Israele. La possibilità che l’Iran continui infatti a sviluppare il proprio programma nucleare potrebbe rivelarsi uno degli elementi capaci di creare nell’area una situazione d’instabilità che rischia di protrarsi nei prossimi anni o, peggio, di risolversi in un conflitto armato di vaste proporzioni.

Al momento non sembra potersi verificare quest’ ultima ipotesi ma non sarebbe da escludersi la possibilità che Gerusalemme decida di attaccare i siti nucleari iraniani, come fece con la centrale di Osirak in Iraq, sentendosi abbandonata dal principale alleato e trovandosi a dover fronteggiare due minacce senza l’appoggio di Washington. Per questo la missione globale di Barack Obama sembra essere al momento molto delicata, dovendo oltretutto cogliere una congiuntura temporale e politica favorevole che potrebbe portare a risultati importanti oltre che immediati. La vittoria del fronte filo-occidentale nelle elezioni libanesi potrebbe portare sensibili miglioramenti anche nelle relazioni tra Israele e i vicini regionali, le prossime elezioni in Iran hanno portato l’attuale leadership ad aperture negoziali per molti versi inaspettate e anche i colloqui con i funzionari di Teheran sembrano destinati a portare a risultati importanti. Per sfruttare pienamente questo periodo favorevole Barack Obama dovrà essere in grado di proporre una visione strategica che sia un mix di coraggio e lungimiranza. Il coraggio di riavvicinare l’Iran senza badare alle pressioni mediatico-diplomatiche provenienti da più parti, la lungimiranza di legare la possibilità di sviluppo di tecnologia nucleare per scopi civili da parte di Teheran a periodiche ispezioni dell’AIEA e di coinvolgere maggiormente l’Iran nella gestione delle più delicate questioni regionali. Mettere la leadership iraniana di fronte alla responsabilità di gestire con altri attori gli equilibri di un’area storicamente soggetta ad instabilità potrebbe rappresentare la chiave di volta della questione iraniana. Da anni infatti Teheran cerca il riconoscimento di attore regionale rilevante che gli è sempre stato negato dalla comunità internazionale nelle sedi di discussione. Il paese degli ayatollah, che a Washington in molti considerano l’alleato naturale, poiché storico, degli Stati Uniti, potrebbe quindi rientrare nel novero delle potenze regionali capaci di governare le dinamiche della zona del Medio Oriente allargato e del sud ovest asiatico. Per giungere a questa situazione l’Iran dovrà in primo luogo riavvicinarsi agli Stati Uniti sia politicamente che diplomaticamente senza dimenticare che, e questa sembra poter essere la vera sfida, la leadership iraniana sarà chiamata a trovare un modus vivendi  che gli consenta una coesistenza pacifica con quella israeliana. La Casa Bianca sembra poter giocare anche in questo senso un ruolo decisivo e non sarebbe da escludersi la possibilità che mettendo in atto una strategia di divide et impera Barack Obama riesca a trovare un punto di stabilità per una regione storicamente attraversata da tensioni più o meno latenti.

 

A Washington sono comunque in molti a considerare un segnale di debolezza la volontà di dialogo del Presidente con il mondo musulmano e la leadership iraniana. Molti analisti appartenenti alla correnti intellettuali più vicine ai conservatori hanno fatto notare come nel discorso del Cairo Barack Obama abbia toccato solo superficialmente il problema del jihadismo islamico e il modo in cui gli Stati Uniti si preparano ad affrontare ulteriori minacce terroristiche. La rivalutazione delle potenzialità della diplomazia e il definitivo accantonamento della teoria della guerra preventiva sembra non essere gradito anche a molti Repubblicani, convinti che il terrorismo e gli Stati canaglia si debbano affrontare con le armi così che non possano costituire un pericolo per gli Stati Uniti. I duri attacchi dei conservatori lasciano presagire cosa potrebbe accadere a Washington in caso di fallimento dei negoziati sulle questioni israelo-palestinese e del nucleare iraniano. Eventuali polemiche ed attacchi da parte della minoranza Repubblicana potrebbero mettere in difficoltà il Governo e far irrigidire al contempo le posizioni diplomatiche statunitensi, costringendo l’amministrazione Democratica a dare prova della propria forza nell’arena internazionale. Questo possibile cambiamento di approccio potrebbe portare come prima conseguenza una maggiore cautela in politica estera. Nella peggiore delle ipotesi, un approccio più rigido alla politica estera potrebbe portare alla perdita di quella credibilità internazionale che sembra esser stata ciò che ha finora contraddistinto le parole pronunciate dal Presidente Barack Obama durante le visite ufficiali lontano dai confini statunitensi. (Simone Comi)