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Analisi e riflessioni dagli Stati Uniti

Dialogo con la Cina e riforma sanitaria: issues fondamentali della prima estate di Obama alla Casa Bianca

Il forum di dialogo strategico ed economico tra Stati Uniti e Cina potrebbe aprire una nuova era di sostanziosa cooperazione nei rapporti tra i due paesi. Le parole di Barck Obama, riprese nella sostanza anche dal Segretario di Stato Hillary Clinton, sembrano quindi introdurre nuove relazioni tra i due giganti dell’economia mondiale, che secondo molti potrebbero formare una sorta di G-2 capace di controllare i flussi economici globali e di determinare così i punti fondamentali dell’agenda politica mondiale. La scelta statunitense può essere accostata a quella diplomazia del ping-pong, Obama ha infatti inserito nel suo discorso le parole di un campione sportivo cinese, già messa a punto durante gli anni della Guerra Fredda dall’ex Presidente Richard Nixon e dall’allora Segretario di Stato Henry Kissinger. In realtà lo sviluppo del summit sembra poter essere indicatore di una volontà ben precisa da parte della Casa Bianca: sostituire Pechino a Mosca come primario interlocutore per le scelte future riguardanti il versante del Pacifico. Guardando all’Asia come quadrante geopolitico fondamentale nel prossimo futuro, l’amministrazione statunitense ha quindi scelto di tentare un riavvicinamento alla Cina sia rispetto ai temi economici, come era nelle intenzioni dell’ex Segretario al Tesoro Repubblicano Henry Paulson, sia in settori più delicati. Politica e questioni di sicurezza regionale, energia e clima sono gli ambiti in cui si potrebbe assistere ad una sempre più stretta collaborazione tra i due paesi: non a caso Obama ha parlato di lotta comune al disarmo nucleare, citando espressamente le questioni Iran e Corea del Nord, e di sforzo condiviso per allontanare il problema di una recessione globale che, secondo le parole del Presidente Usa, farà sentire i suoi effetti da New York fino a Shangai. La volontà cinese di trattare con Washington, il vicepremier Wang Qishang ha parlato di un importante punto di incontro per i due paesi, sembra confermare quanto fin qui sostenuto. La strategia della Casa Bianca per l’area asiatica sarebbe quindi volta al riavvicinamento con due potenze regionali di primo livello, come sono India e Cina, così da poter giungere alla stabilizzazione di un’area geopolitica percorsa da attriti di carattere politico ed economico che hanno radici profonde nella Storia. Il riavvicinamento tra Washington e Pechino nasce quindi dal bisogno di affrontare congiuntamente una crisi globale capace di far sentire i suoi effetti su entrambe le sponde del Pacifico, con probabili sviluppi futuri sia in campo politico che in quello strategico. L’influenza cinese nell’area dovrebbe quindi trovare il supporto della Casa Bianca rispetto a quelle questioni, come il nucleare in Corea del Nord, che potrebbero trasformarsi in una fonte di instabilità regionale con ricadute su altri scenari. A sostegno di questa tesi basti ricordare la reazione “congiunta” agli ultimi test effettuati da Pyongyang: Washington ha chiesto formalmente a Pechino di condannare il programma nordcoreano e la Cina ha duramente criticato i lanci missilistici promuovendo al contempo ulteriori negoziati con Kim Jong Il nel tentativo di fermare l’innalzamento della tensione nell’area.

 

Non bisogna comunque dimenticare che Stati Uniti e Cina non sono ora, e non saranno neanche nell’immediato futuro, due potenze di eguale spessore. Solo Washington in questo momento ha la capacità e la credibilità necessarie per coordinare e dirigere la politica internazionale, intervenendo a livello globale sulle issues più importanti. L’approccio alle questioni più complesse e agli attori con cui ci sono stati attriti negli ultimi anni sembra essere cambiato profondamente con l’arrivo dei Democratici alla Casa Bianca, non sarebbero quindi da escludersi continui miglioramenti data la pragmaticità fin qui dimostrata da Barack Obama e l’attenzione del Dipartimento di Stato affinché il dialogo sia la base delle scelte sui temi più delicati. Il summit tra i due paesi è stato sicuramente un momento di confronto e chiarimento tra le leadership. L’avvento di Barack Obama e la politica estera fondata sulla pragmaticità non deve confondere né illudere: per ogni presidente l’interesse nazionale statunitense è la Stella Polare su cui impostare la rotta del proprio mandato. Il percorso e le modalità di approccio alle tempeste tracciati da Barack Obama differiranno certamente da quelli sperimentati negli ultimi anni da George W. Bush, ma la meta è fissa dal 1898. Su questa premessa, e sulla percezione che gli statunitensi hanno del cambiamento in atto nel proprio paese, si giocherà forse il destino del primo presidente afroamericano della storia.

 

Nelle ultime settimane la Casa Bianca si è trovata inoltre a dover gestire una polemica interna che potrebbe ostacolare non solo il cammino dei Democratici alle prossime elezioni, ma ancor più la volontà di riforme del Presidente. Il pacchetto presentato per la Sanità è stato pesantemente attaccato dalla leadership Repubblicana e sono molti i rappresentati delle correnti conservatrici interne al Partito Democratico ad avere forti dubbi sul progetto di riforma del sistema sanitario nazionale. Il Congresso non voterà probabilmente la proposta prima di ottobre e gli ultimi sondaggi indicano che il calo di gradimento nell’opinione pubblica per la nuova amministrazione potrebbe ostacolare pesantemente il percorso legislativo che porterà all’approvazione della riforma. Negli ultimi giorni Barack Obama è tornato a parlare a quegli elettori che lo hanno sostenuto durante la campagna elettorale per le presidenziali: come qualche mese fa il Presidente si è rivolto a quella parte del paese che, non solo geograficamente, si sente lontana da Washington e dalle decisioni prese nella capitale. Segnale questo che indica la precisa volontà da parte di Obama di compattare un elettorato che sembra essere ancora in preda ai timori dovuti alla crisi finanziaria e che potrebbe non condividere onerosi progetti di riforma. Con campagne mediatiche mirate e l’utilizzo di canali alternativi a quelli classici, lo staff della Casa Bianca sta cercando di ritrovare l’ampio sostegno della popolazione che sembra ora mancare al presidente. Alcuni sondaggi indicano che la riforma sanitaria ha eroso l’appeal di Obama, che avrebbe ora un indice di gradimento inferiore al 50%, ma il possibile accordo al Senato per la votazione del provvedimento al rientro dalle vacanze estive potrebbe metter fine a questa situazione.

 

La Commissione Finanze ha infatti presentato la prima stesura di una bozza che potrebbe portare alla discussione della riforma al rientro dalla pausa estiva. La copertura finanziaria sarebbe garantita da nuove proposte, come la possibilità di includere incentivi per i datori di lavoro affinché questi si impegnino a fornire la copertura sanitaria ai propri impiegati, situazione che dovrebbe consentire di superare lo stallo delle ultime settimane. La Repubblicana Olympia Snowe, componente della Commissione, ha dichiarato che le parti hanno lavorato affinché il documento abbia basi condivise, in modo da creare una piattaforma che riesca a supportare nel prossimo futuro eventuali nuovi accordi. La mediazione politica di personaggi importanti come il capogruppo Democratico al Senato Harry Reid ha quindi consentito di raggiungere in tempi brevi un compromesso tra posizioni che sembravano finora inconciliabili. Repubblicani e Democratici, sia moderati che conservatori, hanno invece concordato un taglio di 100 miliardi di dollari al costo complessivo della riforma, che graverà quindi sui bilanci statali per 900 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. Questa decisione consentirà probabilmente a Barack Obama di proseguire sulla via del rinnovamento interno, ma non sarebbe da escludersi la possibilità di nuovi attriti nel prossimo futuro tra le correnti interne al Partito Democratico. La chiusura dei così detti “blue dogs” alle proposte di riforma varate dalla Casa Bianca potrebbe indebolire la carica riformatrice che ha finora contraddistinto l’operato di Barack Obama. In tal caso è facile prevedere nuovi accordi con le frange più moderate del Partito Repubblicano o nuovi passaggi da una formazione all’altra, come già accaduto nelle scorse settimane con il Repubblicano Arlen Specter passato tra i Democratici sostenitori del Presidente. (Simone Comi)