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Analisi e riflessioni dagli Stati Uniti

Il viaggio di Bill Clinton in Corea del Nord e i futuri rapporti tra Washington, Tokyo e Pyongyang

I rapporti tra Washington, Tokyo e Pyongyang saranno imperniati nel prossimo futuro su due temi circoscritti ed entrambi fondamentali: l’economia e la sicurezza regionale. Il Giappone, come ha dichiarato il Ministro della politica economica e di bilancio Kaoru Yosano, sta attraversando la più grave crisi economica dal dopoguerra e il rallentamento dell’economia statunitense ha provocato una significativa riduzione dei flussi di export giapponesi. Il deficit commerciale del Sol Levante non è mai stato così pesante e la contrazione del PIL, -12,7%, ha aggravato la già difficile situazione economica. Gli Stati Uniti considerano Tokyo un partner di prima grandezza nell’area asiatica e la collaborazione tra i due paesi potrebbe estendersi a questioni che non riguardano direttamente la regione del Pacifico. Impegnati economicamente a favorire gli scambi intercontinentali, le due leadership hanno lavorato insieme nei mesi scorsi per assicurare che alle misure a sostegno dell’economia varate dall’amministrazione Democratica potesse corrispondere uno sforzo da parte del Governo giapponese, in modo da poter formare un fronte comune durante gli incontri internazionali in grado di favorire il modello economico post-crisi proposto da Washington. Sebbene Tokyo non sia più il primo finanziatore del debito statunitense - le difficoltà economiche giapponesi hanno infatti bloccato l’acquisizione di buoni del Tesoro - il paese resta ancora un partner politico ed economico fondamentale, nonché un prezioso alleato strategico per le maggiori questioni di sicurezza regionale.

 

Il Giappone è infatti uno degli attori maggiormente coinvolti nel caso-Pyongyang. Lo sviluppo del programma nucleare nordcoreano, con le crescenti tensioni provocate dai test voluti dal leader nordcoreano Kim Jong Il, preoccupano profondamente l’esecutivo giapponese. La Corea del Sud non è in grado di bloccare né politicamente né militarmente le iniziative della Corea del Nord, e proprio il Giappone potrebbe essere uno dei primi possibili obiettivi dei missili nordcoreani. In questo senso gli Stati Uniti hanno garantito a Seoul e Tokyo che interverranno prontamente in caso di reale minaccia alla sicurezza regionale, ma non sarebbero da escludere possibili iniziative giapponesi nel caso in cui fonti di intelligence lasciassero pensare ad un attacco imminente da parte della Corea del Nord. Il regime di Pyongyang sembra essere intenzionato a proseguire sulla strada delle provocazioni, come fin qui avvenuto, e l’arresto di due giornaliste di un’emittente statunitense sembra essere la riprova della strategia nordcoreana. Il viaggio di Bill Clinton, definito “visita privata” dalla Casa Bianca ma tacitamente approvato sia da Barack Obama che da Hillary Clinton, potrebbe rivelarsi però un primo tentativo di negoziazione su temi ben più importanti che il rilascio delle due reporter. La richiesta di Bill Clinton come incaricato per la consegna delle due detenute non sembra essere casuale: figura di primo piano in quanto ex presidente, Clinton non ha incarichi ufficiali nella nuova amministrazione ma è comunque legato alla leadership. Questo potrebbe consentire a Kim Jong Il di ricevere, come dovrebbe essere avvenuto, e consegnare messaggi diplomatici attraverso canali ufficiosi, ma comunque diretti, in modo da tentare un dialogo con la Casa Bianca. Non sarebbe quindi da escludere la possibilità che le leadership dei due paesi decidano di proseguire sulla strada di negoziati paralleli, in modo da poter giungere ad una risoluzione della questione che consenta agli Stati Uniti di riportare stabilità in un’area cruciale per i propri interessi e a Pyongyang di mantenere una minima credibilità internazionale accettando, com’è prevedibile, contropartite di natura economica a fronte della sospensione dei test. 

 

Sul fronte interno la settimana appena passata ha portato la conferma della nomina, da parte del Senato, del giudice Sonia Sotomayor alla Corte Suprema. La nomina della Sotomayor, primo giudice di origine ispanica ad occupare uno dei posti più ambiti del sistema giudiziario statunitense, è giunta dopo settimane di dure critiche e si è conclusa con una vittoria schiacciante da parte dei Democratici. Con 68 voti a favore e 31 contrari il Senato ha quindi deciso di appoggiare la nomina fortemente voluta dal Presidente Barack Obama, che ha scelto la Sotomayor con la precisa volontà di infrangere un’altra barriera tradizionale nelle istituzioni del paese. In un breve commento la Casa Bianca ha fatto sapere che la conferma del Senato ha permesso di abbattere un ostacolo importante sulla strada di una più perfetta unione tra i diversi gruppi etnici che compongono il paese. In realtà la nomina del giudice Sotomayor non è mai stata in dubbio, data la maggioranza dei Democratici al Congresso, ma i voti giunti da alcuni degli esponenti Repubblicani a sostegno della conferma indicano che la Sotomayor è apprezzata in entrambi gli schieramenti. Il suo voto non dovrebbe alterare comunque le decisioni della Corte sui temi più delicati e non sarebbe da escludersi l’ipotesi che il giudice appena eletto manterrà una linea simile a quella del suo predecessore sulla maggior parte delle questioni. Primo giudice eletto da un presidente Democratico negli ultimi 15 anni, l’ultima nomina fu nel 1994 con Bill Clinton, la Sotomayor ha incassato il gradimento e l’appoggio di tutti i rappresentanti di spicco del Partito di maggioranza, che l’hanno sempre presentata come la scelta migliore dato che la sua carriera sembra ricalcare, per certi versi, la classica storia statunitense di successo. I leaders conservatori hanno invece cercato in ogni modo di ritardare il voto per la conferma, con l’intenzione di far slittare a settembre la decisione e ulteriori discussioni in aule. Dure critiche sono infatti giunte da parte dei Repubblicani impegnati al Senato, che hanno dichiarato come l’attivismo del giudice e il suo rifarsi con una certa costanza ad ordinamenti stranieri non sembrano essere le qualità adatte per un candidato alla Corte Suprema. Anche la National Rifle Association, storica lobby a favore delle armi, è scesa in campo contro la nomina e la conferma della Sotomayor. Con un messaggio a tutti i propri iscritti la NRA ha chiesto di non sostenere quei Senatori che avrebbero dato il loro voto favorevole per la conferma di un giudice che potrebbe cercare di limitare pesantemente i diritti dei possessori di armi. La discesa in campo di una lobby così potente non ha fermato il processo in atto al Congresso, ma saranno molti i Senatori Democratici che dovranno probabilmente rendere spiegazioni della scelta ai propri elettori durante la campagna elettorale per la riconferma. Per i Repubblicani, invece, si prospetta un compito diverso e probabilmente più arduo dati anche i risultati delle scorse presidenziali: dovranno infatti dimostrare alle comunità latinos sparse nel paese che al loro voto contrario alla conferma della Sotomayor non corrisponde la volontà di porsi contro la nomina di un giudice perché di origine ispanica. Con la nomina definitiva di Sonia Sotomayor, Barack Obama sembra aver ottenuto una vittoria importante in un’estate dominata da temi scottanti. Le prossime settimane, e ancor più i prossimi mesi, saranno quindi carichi di sfide per la nuova amministrazione sia in politica estera che sul fronte interno. Al neo presidente statunitense serviranno probabilmente tutta la pragmaticità e la carica ideologica, che sono state finora caratteristiche fondamentali della sua azione di governo, per riuscire a portare i Democratici ad un successo nelle elezioni del prossimo anno e gettare al contempo le basi per la sua futura riconferma alla Casa Bianca. (Simone Comi)