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Analisi e riflessioni dagli Stati Uniti

Stati Uniti e Cina, il futuro G-2?

Gli incontri di Washington tra i rappresentanti delle amministrazioni statunitense e cinese potrebbero essere il primo passo verso un futuro di stretti rapporti e sostanziosa cooperazione tra i due paesi. Le parole di Barack Obama sembrano esser state il preludio per nuove relazioni tra le due potenze economiche, a detta di molti analisti le uniche capaci di formare un G-2 in grado di controllare i flussi economici globali e di determinare così i punti dell’agenda politica internazionale. Il summit tenutosi Washington ha origine dal progetto dell’ex Segretario al Tesoro Henry Paulson, in carica nell’amministrazione Repubblicana guidata da George W. Bush, di creare un momento di confronto tra i vertici governativi in cui discutere dei rapporti economici tra i due paesi. La volontà di Barack Obama di aprire gli incontri anche a temi più strettamente legati alla politica internazionale sembra essere un segnale preciso dell’intenzione statunitense di sostituire Pechino a Mosca come interlocutore primario per le future scelte geopolitiche riguardanti l’area del Pacifico. Guardando all’Asia come quadrante geopolitico fondamentale per il futuro, l’amministrazione statunitense sembra quindi aver scelto di tentare un riavvicinamento con la Cina non solo rispetto ai temi più importanti dell’economia ma ancor più in settori delicati come le questioni politiche e di sicurezza regionali, quelle energetiche e non da ultimo i cambiamenti climatici. Si potrebbe quindi assistere nel prossimo futuro ad una maggiore collaborazione tra i due paesi, ad esempio sulle questioni come il nucleare nordcoreano e quello iraniano, e a sforzi condivisi per sostenere l’economia mondiale allontanando lo spettro di una recessione planetaria che farebbe sentire i suoi effetti disastrosi a Washington così come a Pechino. La volontà del Governo cinese di trattare con la Casa Bianca (il vicepremier Wang Qishang ha parlato di un importante punto di incontro per i due paesi) sembra confermare quanto fin qui sostenuto, anche se bisogna procedere con cautela e iniziare ad operare qualche distinguo.

In primo luogo il riavvicinamento tra Washington e Pechino nasce dal bisogno di affrontare congiuntamente una crisi globale capace di far sentire i suoi effetti su entrambe le sponde del Pacifico, con possibili sviluppi sia in campo politico che in quello strategico. Economicamente la Cina è il maggior creditore degli Stati Uniti, possiede infatti una cifra superiore al miliardo di dollari in obbligazioni del Tesoro statunitense o di aziende private. Ciò significa che i due paesi sono strettamente legati da una catena economica che sarà difficile spezzare e che al momento sembra essere più stretta per Pechino che non per Washington. L’economia cinese è infatti circa un terzo di quella statunitense e il debito, in caso di crollo economico statunitense, graverebbe pesantemente sui creditori cinesi provocando probabilmente una crisi economica senza precedenti. Gli Stati Uniti, per uscire dall’attuale crisi, potrebbero fornire alla Cina tecnologie energetiche ed ambientali, da quelle nucleari a quelle eoliche, riuscendo così ad innescare un nuovo ciclo di sviluppo industriale. La volontà di allargare a Pechino la vendita di queste tecnologie potrebbe essere un segnale della disponibilità a collaborare anche in campo politico e militare. L’influenza cinese nell’area asiatica potrebbe quindi trovare il supporto della Casa Bianca rispetto a quelle questioni, come il nucleare in Corea del Nord, che potrebbero trasformarsi in una fonte di instabilità regionale con ricadute su altri scenari. A sostegno di questa tesi basti ricordare la reazione “congiunta” agli ultimi test effettuati da Pyongyang: Washington ha chiesto formalmente a Pechino di condannare il programma nordcoreano e la Cina ha duramente criticato i lanci missilistici, promuovendo al contempo ulteriori negoziati con Kim Jong Il nel tentativo di fermare l’innalzamento della tensione nell’area.

Non sarebbe però da escludersi a priori l’ipotesi che nascano attriti importanti dati gli interessi globali di entrambi gli attori. Uno dei punti caldi e a più alta probabilità di future tensioni sembra poter essere l’Africa, continente martoriato da instabilità politica e insicurezza economica, ma ricco di risorse energetiche e minerarie che Washington e Pechino intendono sfruttare soprattutto nel prossimo futuro. Lo sfruttamento degli idrocarburi e delle riserve di minerali presenti in varie regioni potrebbero quindi divenire motivo di tensioni, magari latenti, tra le due potenze.

Non bisogna inoltre dimenticare che con lo sviluppo della Marina Militare, la Cina potrebbe voler alterare gli equilibri geopolitici regionali nell’area asiatica costringendo quindi Washington ad intervenire in un’area storicamente sotto il controllo della Flotta statunitense. Il forte incremento delle spese per la Difesa, +14,9%, voluto dal Governo di Pechino unito alla volontà di dotare la Marina Militare di due portaerei potrebbero infatti essere letti alla Casa Bianca come segnali dell’intento cinese di ampliare la capacità di proiezione aeronavale e militare nell’area. Difficilmente Washington lascerà a Pechino il controllo sul Pacifico, e quindi sulla regione, senza prima aver tentato di bloccare l’avanzata dell’influenza cinese nell’area. Economicamente e politicamente Pechino ha già la possibilità di intervenire per far rientrare dispute regionali ma lo sviluppo della capacità di proiezione militare metterebbe la Cina in condizione di stabilire una supremazia nell’area del Pacifico e dell’Oceano Indiano. Sia gli Stati Uniti che l’India si muoveranno probabilmente affinché questo non avvenga almeno nei prossimi anni, ma le prospettive di lungo periodo dovranno tener conto di questo fattore. Altra questione di rilievo riguarda la frammentazione etnica della popolazione cinese, storicamente fonte di scontri interni soprattutto nelle regioni di confine. Tibet e Xinjiang sono l’esempio lampante delle spinte centrifughe riemerse negli ultimo periodo e che potrebbero mettere in seria difficoltà la leadership cinese anche nel prossimo futuro, costituendo uno dei motivi di sfaldamento delle strutture socio-culturali cinesi. La Cina dovrà quindi dotarsi della capacità di contenere queste forme di dissenso senza violare sistematicamente i diritti umani durante le repressioni di piazza o ancor peggio lasciare che le province diventino territori autonomi fuori dal controllo di Pechino. Washington ha sempre sostenuto infatti che il Governo cinese dovrà compiere importanti passi avanti nel garantire i diritti umani e civili fondamentali ai propri cittadini, in modo da potersi avvicinare sempre più al modello di democrazia occidentale.

Con l’arrivo dei Democratici alla Casa Bianca è sicuramente cambiato l’approccio alle questioni più delicate e agli attori internazionali con cui ci sono stati attriti nell’ultimo decennio. Non sarebbero quindi da escludersi ulteriori miglioramenti nelle relazioni tra Washington e Pechino data la pragmaticità fin qui dimostrata da Barack Obama e l’attenzione del Dipartimento di Stato affinché il dialogo sia la base delle scelte riguardanti i temi più delicati. Il summit sino-statunitense è stato sicuramente un momento di confronto e chiarimento tra le due leadership, ma questo primo passo verso un riavvicinamento non deve confondere né illudere: per ogni presidente l’interesse nazionale statunitense è la Stella Polare su cui impostare la rotta del proprio mandato. Il percorso e le modalità di approccio alle questioni più delicate tracciati da Barack Obama differiranno certamente da quelli sperimentati negli ultimi anni da George W. Bush, ma la meta finale è fissa fin dal 1898, anno cui convenzionalmente si fa risalire l’inizio della politica estera degli Stati Uniti d’America. (Simone Comi)