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Analisi e riflessioni dagli Stati Uniti

I rapporti con Teheran e la situazione geopolitica del sudovest asiatico

La conferma della vittoria di Mahmud Ahmadinejad alle ultime elezioni e l’investitura data dall’ayatollah Khamenei alla leadership del presidente uscente potrebbero rivelarsi come i primi passi verso una nuova stagione nei rapporti tra Teheran e Washington. La riconferma del leader dei Pasdaran a capo dell’esecutivo, in una situazione caratterizzata da incertezza e instabilità interne, potrebbe spingere le future relazioni tra i due paesi verso un riavvicinamento politico conveniente per entrambe le parti.

All’attuale leadership iraniana la ripresa dei negoziati, e un’eventuale apertura verso Washington, potrebbero far guadagnare un po’ di quel consenso internazionale che è ora ai minimi termini dopo gli scontri avvenuti a Teheran a seguito dei risultati delle elezioni. Mahmud Ahmadinejad potrebbe sfruttare la pragmaticità fin qui mostrata dall’amministrazione statunitense per tentare di costruire nuove relazioni politico-diplomatiche con una Casa Bianca che è lontana, nello stile, dal voler utilizzare proclami ideologici per mettere in difficoltà il governo iraniano e che si è tenuta fuori da possibili interventi, diretti o mediatici, durante la crisi seguita allo spoglio dei voti in Iran. La Casa Bianca ha infatti mantenuto un atteggiamento guardingo durante i giorni più caldi della contestazione alla leadership iraniana. Sia Barack Obama che il vicepresidente Joe Biden, nelle dichiarazioni alla stampa, hanno misurato i termini con estrema accortezza, in modo da evitare fraintendimenti o favorire manipolazioni mediatiche da parte di esponenti del governo di Teheran. Durante tutta la crisi la linea statunitense è inoltre apparsa chiara: riconoscimento al governo confermato dalla Guida Suprema e volontà di rilanciare quella fase di trattative già avviate sulla questione del nucleare. Non bisogna dimenticare che sia durante la prima visita in Europa che nel discorso pronunciato al Cairo davanti al mondo arabo, Barack Obama ha sempre definito legittima la volontà degli stati di dotarsi di tecnologia nucleare per scopi civili a patto che questi forniscano garanzie in questo senso, certificate da controlli internazionali. Secondo le dichiarazioni rilasciate negli ultimi mesi da funzionari del governo iraniano, il nucleare potrebbe rivelarsi fondamentale: con la bilancia energetica pesantemente in disavanzo, sono in molti a considerare la produzione da fonti nucleari l’ultima possibilità per risanare i conti e le finanze del paese degli ayatollah. La scelta nucleare ha comunque risvolti politici importanti sul fronte interno, perché permetterebbe di continuare la distribuzione di sussidi alla popolazione e far fronte al contempo al disavanzo economico. La possibilità che Teheran decida di sviluppare unità da combattimento dotate di armamenti nucleari non è al momento un problema che interessa direttamente la leadership statunitense. Lo è però per quella israeliana, storicamente legata da saldi rapporti con la Casa Bianca e poco propensa a lasciare che l’Iran diventi una potenza nucleare in grado di sbilanciare a proprio favore l’equilibrio regionale nell’area mediorientale, che appare fragile e sostenuto più dalla volontà delle singole leadership che da basi solide e scelte politiche condivise. Per questo Washington cercherà probabilmente di trovare una mediazione tra le istanze dei due paesi, che potrebbe portare ad un accordo condiviso in cui sia inserita la possibilità di sviluppo del programma iraniano a fronte di controlli da parte dell’AIEA o da parte di gruppi di ispettori di diverse nazionalità. Non bisogna poi dimenticare gli attriti che vedono contrapposte Teheran e Riyad, divise dall’appartenenza a correnti diverse del mondo musulmano e dall’antagonismo per l’influenza e il controllo di un’area geopoliticamente fondamentale come il Golfo Persico. La nuova amministrazione statunitense, nel pensare alle future relazioni con la monarchia saudita, dovrà quindi tener conto di questi attriti e cercare di far prevalere scelte pragmatiche in modo da non fomentare rivalità o tensioni. L’inserimento di Teheran in un ambito di relazioni diplomatiche normalizzate potrebbe inoltre consentire una più efficace opera di contrasto alle azioni di formazioni estremiste come Hamas ed Hizbullah in Medio Oriente.

Nelle intenzioni di Washington, un riavvicinamento all’India e all’Iran potrebbe portare in futuro al mantenimento di equilibri regionali, oggi caratterizzati da estrema fragilità, e servire al contempo per contrastare in maniera più efficace il terrorismo di matrice islamica nell’area. I due paesi potrebbero garantire un maggior controllo su realtà difficili e altamente instabili come il Pakistan e l’Afghanistan, sollevando almeno parzialmente gli Stati Uniti da missioni permanenti molto gravose in termini economici che logistici. Sembra essere ancora presto per poter fare previsioni di medio e lungo periodo, al momento i rapporti tra Washington e Teheran dipendono più dalle condizioni politiche interne al paese degli ayatollah che a congiunture internazionali favorevoli. Ulteriori scontri tra le diverse fazioni politiche o dure repressioni da parte delle truppe fedeli alla Guida Suprema potrebbero far crollare ancora nel caos una situazione che sembra essere pacificata. Bisognerà probabilmente attendere i prossimi mesi per verificare le reali intenzioni della leadership iraniana e la situazione a Washington. Negli Stati Uniti il 2010 è infatti anno di elezioni per il rinnovo del Congresso e alcune riforme interne hanno già eroso la popolarità del Presidente. Non si può quindi escludere a priori la possibilità che, a fronte di richieste insostenibili, Barack Obama decida, per calcolo elettorale, di irrigidire le posizioni diplomatiche statunitensi sul programma nucleare iraniano, in modo da mostrarsi leader capace di sostenere una sfida importante in campo internazionale. (Simone Comi)