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Analisi e riflessioni dagli Stati Uniti

Settimane di grandi sfide

A pochi giorni dal vertice del G20 di Pittsburgh il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha chiesto ai leader dei paesi industrializzati o emergenti del pianeta risposte coordinate per fronteggiare una crisi globale iniziata nel 2007, che ancora fa sentire i suoi effetti sui mercati mondiali. Su invito della Casa Bianca, i leader della comunità internazionale potrebbero inaugurare entro breve tempo una strategia condivisa per lo sviluppo dell’economia all’interno di una nuova cornice, che aiuti a ridurre gli squilibri mondiali e a trovare nuove regole e un nuovo corso. Barack Obama ha espresso chiaramente la volontà degli Stati Uniti di riformare un sistema entrato in una crisi strutturale profonda perché fondato su surplus commerciali accompagnati da enormi deficit fiscali. Nel corso di un’intervista rilasciata alla CNN il presidente statunitense è stato ancora più esplicito, dichiarando: “Non possiamo tornare indietro, all'epoca in cui i cinesi, i tedeschi o altri paesi ci vendevano di tutto; ci stiamo riempiendo di carte di credito/debito e di prestiti per le case, ma non stiamo vendendo nulla a loro”. Gli Stati Uniti potrebbero quindi decidere di aumentare il risparmio per sanare l’attuale deficit e favorire il ritorno ad un’economia fondata sulla produzione e lo scambio di beni, in cui sia bandita la creazione di soluzioni di debito per coprire altri debiti, come successo con i prodotti finanziari che hanno portato all’attuale crisi. Le intenzioni statunitensi per il vertice di Pittsburgh, ex centro siderurgico della Pennsylvania,  potrebbero però essere osteggiate dalla Cina, a cui è stato più volte richiesto di mettere in atto programmi economici volti a favorire un incremento dei consumi interni. Il governo di Pechino non ha finora raccolto gli inviti della comunità internazionale e un’ulteriore richiesta di tagli alle esportazioni potrebbe portare qualche attrito in sede di discussione e proposte per il raggiungimento di obiettivi comuni. Washington dovrebbe comunque poter contare sull’appoggio degli alleati europei, che hanno recentemente presentato una lettera d’intenti indirizzata ai partecipanti al summit. Nella missiva si chiede maggior coordinamento nelle politiche volte a rilanciare la crescita economica, controlli più rigidi sui paradisi fiscali e interventi volti a limitare storture legate ai bonus forniti ai manager delle grandi banche ed aziende: punti ampiamente condivisi dalla Casa Bianca. Il vertice potrebbe rivelarsi quindi un appuntamento importante per valutare la reale volontà delle differenti leadership di cooperare, affinché si riesca a raggiungere un nuovo equilibrio economico internazionale e ad uscire da una crisi mondiale oramai biennale. Gli Stati Uniti non sono più in grado di sostenere la crescita e un’ulteriore espansione degli scambi globali e forse solo una maggiore apertura del mercato cinese potrebbe consentire una ripresa in questo senso.

 

La settimana trascorsa ha portato interessanti indicazioni anche sul tema del nucleare: il voto favorevole e l’approvazione del testo sul disarmo e la proliferazione, che esorta tutti i paesi possessori di testate atomiche a firmare il trattato redatto nel 1970, sembra essere un importante passo avanti verso la risoluzione di più questioni tra loro connesse. Nel documento non sono menzionati paesi come Israele, l’India o il Pakistan ma il riferimento sembra essere chiaro. La risoluzione sottolinea inoltre che esistono ancora grandi sfide al regime di non proliferazione nucleare, passo determinante per poter coinvolgere nel processo anche attori come la Corea del Nord e l’Iran. Entrambi i governi, pur senza essere chiamati direttamente in causa, saranno quindi invitati nel prossimo futuro a tenere presente la volontà dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, tra cui ci sono quelle leadership cinese e russa che spesso hanno espresso parere negativo riguardo ad eventuali sanzioni o interventi volti ad ostacolare lo sviluppo dei programmi nucleari, di tipo civile e militare, pianificati dai due paesi. La questione iraniana, in particolare, sembra esser stata legata nell’ultima settimana ai negoziati di pace israelo-palestinesi. L’incontro voluto dal presidente statunitense Barack Obama, a cui hanno partecipato il leader israeliano Benjamin Nethanyahu e quello palestinese Abu Mazen, si è risolto in un nulla di fatto e ha alimentato qualche critica date le dichiarazioni rilasciate al termine dei lavori. La volontà della Casa Bianca è apparsa chiara: imprimere una forte accelerazione ai negoziati, e di conseguenza al processo di pace, in modo da poter stabilire una road map che possa portare entro breve ad una conclusione, seppur temporanea, della disputa sugli insediamenti israeliani a Gerusalemme est. Il problema fondamentale sembra però essere diventato l’approccio degli Stati Uniti alla questione e agli attori interessati, mutato profondamente in pochi mesi e probabilmente ancora in fase di definizione.

 

La dichiarazione di New York sembra essere un passo diplomatico importante se messo a confronto con le posizioni intransigenti tenute dall’amministrazione Democratica nel periodo immediatamente successivo all’insediamento. La Casa Bianca sosteneva infatti la necessità di un “congelamento totale delle colonie”, formula fortemente limitativa ed esplicativa di quella che sarebbe stata la volontà statunitense riguardo alla questione. Le parole pronunciate da Barack Obama durante il vertice di New York sono apparse invece un primo passo verso il possibile riposizionamento diplomatico nei confronti di Gerusalemme: una concessione ad Israele, che avrebbe quindi ulteriori possibilità di manovra nei territori occupati. Il senso d’urgenza sulla possibile chiusura della questione degli insediamenti a Gerusalemme est, invocato da Barack Obama nelle dichiarazioni finali, potrebbe, allo stato attuale delle cose, andare a discapito del popolo palestinese e dell’Anp di Abu Mazen, che si era detto fiducioso rispetto al cambio di strategia del nuovo presidente rispetto al Repubblicano George W.Bush. La decisione della Casa Bianca potrebbe quindi portare gli Stati Uniti ad un parziale riallineamento con quanto deciso in passato dalle precedenti amministrazioni.

Lo stesso Abu Mazen ha inoltre fatto sapere che non tornerà al tavolo dei negoziati a causa delle divergenze fondamentali con Israele ma, viene da pensare, aspetterà probabilmente di capire con chiarezza quali sono le intenzioni di Washington prima di negoziare nuovamente con la controparte.

 

Il possibile riposizionamento diplomatico statunitense potrebbe servire alla Casa Bianca nel caso in cui uno dei membri del gruppo dei “5+1” decidesse di porre il veto alle sanzioni contro Teheran. Al momento Pechino sembra voler bloccare ulteriori iniziative in questo senso e Barack Obama potrebbe valutare la possibilità di utilizzare l’intransigenza israeliana sulla questione del programma nucleare iraniano come una sorta di minaccia, neanche troppo velata, diretta contro il governo guidato da Mahmud Ahmadinejad. Da tempo, infatti, le Forze Armate israeliane sarebbero pronte ad attaccare i siti nucleari iraniani, missioni finora bloccate dalla volontà statunitense di procedere per vie diplomatiche. L’intervento pianificato a Gerusalemme potrebbe realizzarsi solo con il consenso, e il tacito supporto logistico, di Washington: per colpire i siti iraniani gli aerei israeliani dovrebbero sorvolare i cieli irakeni o rifornirsi sui mari in cui staziona la flotta navale statunitense. Al governo iraniano questa situazione è nota e le dichiarazioni di Obama potrebbero quindi essere lette come un avvertimento. Restano invece da verificare gli effetti del riposizionamento di Washington rispetto alla questione israelo-palestinese: la Casa Bianca potrebbe essere infatti costretta ad una precipitosa rilettura della situazione nel caso di un successo diplomatico dei negoziatori impegnati a discutere con Teheran. (Simone Comi)