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Analisi e riflessioni dagli Stati Uniti

Primo incontro ufficiale Washington-Teheran, quale futuro per la questione del nucleare?

Si è svolto nei giorni scorsi, a margine della conferenza del gruppo dei “5+1”, il primo colloquio ufficiale e bilaterale ad alto livello tra negoziatori statunitensi ed iraniani sulla questione nucleare. William Burns e Said Salili si sono ritrovati quindi a discutere di una delle questioni più delicate degli ultimi mesi, mentre a Washington il Ministro degli Esteri iraniano, in visita ufficiale, avrebbe consegnato alle autorità statunitensi alcune proposte volte a favorire la riapertura dei negoziati e delle discussioni ufficiali, riguardanti la possibilità di proseguire i programmi di arricchimento dell’uranio. Washington ha ufficialmente richiesto a Manucher Mottaki e al governo di Teheran di impegnarsi a compiere passi concreti per dimostrare che l’Iran non intende produrre armi nucleari, ma le passate reticenze nell’informare l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) delle nuove installazioni potrebbero rivelarsi un ostacolo rilevante in questo senso. Gli ispettori internazionali avranno accesso al sito nucleare di Qom: resta da verificare se eventuali controlli serviranno a convincere il gruppo dei “5+1”, ma soprattutto Gerusalemme, delle reali intenzioni iraniane.

 

La ripresa dei negoziati alla fine di ottobre sarà preceduta da un incontro preparatorio e Javier Solana, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune dell’Unione Europea, si è mostrato attendista e guardingo nelle dichiarazioni rilasciate ai mezzi di informazione, confermando che il clima dei prossimi negoziati dipenderà da quanto l’Iran farà nel prossimo mese. Dal Parlamento di Teheran sono giunti segnali contraddittori rispetto a quelli lanciati in occasione dei negoziati di Ginevra: è infatti stata approvata a larga maggioranza una dichiarazione in cui si chiede alla comunità internazionale di non ripetere gli errori del passato. Il Parlamento iraniano sarebbe quindi pronto a chiedere al governo di Teheran un nuovo congelamento diplomatico nel caso in cui non si riuscisse ad uscire dall’attuale situazione di impasse. Questo potrebbe portare ad ulteriori attriti nel caso di eccessiva rigidità da parte dei negoziatori internazionali e, come conseguenza diretta, ad una successiva riduzione della collaborazione iraniana con l’AIEA. La situazione appare ingessata da richieste perentorie e dalla poca volontà di cercare posizioni condivise, utili se non altro per far procedere negoziati che sembrano destinati a concludersi senza portare miglioramenti rilevanti o novità di qualche interesse.

 

La credibilità dell’esecutivo iraniano sulla questione nucleare sembra avvicinarsi sempre più ai minimi termini e Washington potrebbe presto trovarsi di fronte ad un bivio quanto meno rischioso. La strada delle sanzioni economiche, già ampiamente battuta negli ultimi mesi, non ha portato i risultati sperati e anzi sembra aver alimentato tensioni ed attriti crescenti. Il possibile allineamento delle maggiori potenze mondiali rispetto alla questione iraniana, come già accaduto nel corso delle votazioni per l’approvazione della risoluzione sul disarmo nucleare, potrebbe portare infine al tanto discusso intervento militare contro il paese degli ayatollah. La Casa Bianca potrebbe tentare di isolare ulteriormente il paese degli ayatollah proponendo nuove sanzioni e lasciando comunque sullo sfondo l’opzione militare, forse unica reale novità delle ultime settimane. La pubblicazione di un rapporto dell’AIEA, ripreso dal New York Times, intitolato “Dimensioni militari possibili del programma militare iraniano” sembra poter essere un segnale chiaro per il governo di Teheran. Mohammed ElBaradei, direttore dell’Agenzia, ha dichiarato che non ci sono prove che l’Iran voglia realizzare un ordigno atomico: la sola ipotesi della possibilità di dotarsi di un’arma nucleare potrebbe però essere sufficiente per rendere ancora più precaria una situazione diplomatica che sembra essere arrivata ad un punto cruciale. Il 25 ottobre, come detto, gli ispettori internazionali visiteranno la centrale di Qom e l’amministrazione statunitense si aspetta che il governo degli ayatollah si impegni a rimuovere le questioni e gli ostacoli che rimangono ancora in sospeso.

 

Washington è stata finora per Gerusalemme un ostacolo insormontabile sulla via della soluzione militare per la questione del nucleare iraniano. La descrizione di un programma “capace di sviluppare un carico nucleare trasportabile attraverso il sistema Shahab 3 e di raggiungere il Medio Oriente e certe zone dell’Europa” potrebbe però innalzare il livello di paura israeliano: resta da verificare come l’amministrazione statunitense deciderà di affrontare eventuali rimostranze da parte di Gerusalemme e una richiesta di appoggio durante un possibile intervento aereo. La situazione potrebbe presto cambiare ed evolversi ancora, ma resterà comunque in mano iraniana l’ultima mossa sulla questione del nucleare. Davanti ad una scelta che non prevede come opzione il ritorno alla diplomazia, Washington si troverà a dover scegliere tra il sostegno ad un alleato costretto a far fronte ad una potenziale minaccia e la volontà di proseguire sulla via dei negoziati, in modo da poter risolvere la questione senza destabilizzare un’area in cui gli equilibri diplomatici sono sempre più precari. I prossimi mesi saranno quindi fondamentali per Barack Obama, che sarà chiamato a definire con maggior decisione le linee di politica estera per il Medio Oriente allargato e a scegliere probabilmente tra un’alleanza storica e una ridefinizione delle partnership nella regione. (Simone Comi)