New York, NY
Chicago, IL
Denver, CO
Los Angeles, CA
Anchorage, AK
Honolulu, HI


  • Presentazione
  • Iscrizione alla Fondazione
  • Partecipano alle nostre iniziative
  • Memorial 11 Settembre
  • Iscriviti alla newsletter
  • 5 per 1000
  • Maratona di New York


Analisi e riflessioni dagli Stati Uniti

Barack Obama di fronte ad un bivio, verso quale futuro guiderà gli Stati Uniti?

Nel giorno dell’ottavo anniversario dall’inizio dell’intervento statunitense in Afghanistan, Barack Obama ha ufficialmente confermato che non verrà ridotto il numero degli effettivi impegnati nelle regioni del paese asiatico. Le parole del presidente statunitense sono giunte dopo la proposta avanzata dal vice presidente Joe Biden, che aveva chiesto durante un incontro pubblico di concentrare gli sforzi delle operazioni contro le cellule di Al Qaeda nelle regioni tribali sul confine con il Pakistan. Non sembra essere stata ancora definita una strategia d’intervento per i prossimi mesi, gli screzi tra la Casa Bianca e l’establishment militare rispetto alle possibili opzioni in questo senso potrebbero far slittare ancora una decisione definitiva.

Ci sarebbe infatti già stato un duro confronto tra il presidente Barack Obama e il generale Stanley McChrystal, a seguito delle dichiarazioni rilasciate da quest’ ultimo durante una visita a Londra nei giorni scorsi. In un discorso pronunciato nella capitale inglese il generale avrebbe precisato di essere assolutamente contrario all’opzione proposta da Biden, facendo infuriare Barack Obama, che secondo indiscrezioni avrebbe preferito una risposta più equilibrata da parte del comandante responsabile delle forze impegnate in Afghanistan. Le dichiarazioni del consigliere per la sicurezza nazionale James Jones lasciano inoltre pensare che tra i due ci siano stati quindi attriti di una certa rilevanza. Forse per non apparire troppo accondiscendente rispetto alle richieste avanzate dal generale McChrystal, Barack Obama avrebbe consultato più volte nell’ultima settimana il generale David Petraeus, comandante, dal febbraio 2007 al settembre 2008, delle Forze Armate statunitensi in Iraq e successivamente nominato comandante dell’U.S. Central Command, posizione che prevede la responsabilità strategica di tutta la zona del Medio Oriente allargato. Petraeus è stato inoltre comandante dell’U.S. Combined Arms Center, centro incaricato dell’elaborazione della dottrina militare ufficiale statunitense. Ha compilato il manuale per le attività controinsurrezionali delle Forze Armate ed ha poi applicato con un certo successo le sue teorie in uno scenario difficile come quello iracheno.

 

L’aumento delle truppe statunitensi impegnate in Afghanistan, come richiesto dal generale McChrystal, potrebbe quindi non essere così scontato in caso di un cambiamento della strategia militare nel paese. Al possibile tramontare dell’ipotesi di un incremento del numero degli effettivi va in effetti contrapposta la possibilità che Petraeus abbia invece deciso di sostenere le richieste di McChrystal davanti al presidente ed allo staff della Casa Bianca. In questo caso il generale comandante dell’U.S. Central Command potrebbe giocare un ruolo fondamentale nel ribaltare una situazione che sembra andare sempre più a sfavore delle richieste avanzate dal comandante delle forze in Afghanistan. Dalle ultime indiscrezioni Petraeus si sarebbe schierato a fianco di quanti chiedono ulteriori rinforzi per gli effettivi impegnati, come il Joint Chiefs of Staff Mike Mullen. La sua influenza sulla Casa Bianca potrebbe quindi favorire un cambiamento importante per quelle che sembrano essere decisioni ormai già prese. La questione rimane comunque quanto mai aperta e un ulteriore appoggio alle richieste di McChrystal potrebbe giungere dal Pentagono. Il Segretario alla Difesa Robert Gates, che ha rilasciato dichiarazioni in cui è stata sottolineata chiaramente la sua preoccupazione per le sorti del contingente statunitense stanziato in Afghanistan, non ha infatti espresso con la stessa chiarezza la sua posizione in merito alle richieste del comando militare nella regione. L’appoggio di Gates potrebbe rivelarsi ulteriore fonte di pressione sullo staff presidenziale, creando potenzialmente eventuali screzi anche all’interno del gruppo dirigente dell’amministrazione Democratica. Barack Obama non ha ancora sciolto le sue riserve su un nuovo invio di truppe. A questo punto la decisione sembrerà apparire comunque come il tentativo disperato da parte di un presidente neoeletto di chiudere, nel più breve tempo e cercando di preservare la credibilità statunitense rimasta rispetto alla questione, una situazione che diventa sempre più insostenibile. Scenario preoccupante per gli spin doctors della Casa Bianca, a meno che il presidente non dimostri chiaramente le sue doti di leadership prendendo una posizione definita, rischiando ancora di perdere l’appoggio dell’elettorato e dimenticandosi, anche solo per un momento, che il 2010 negli Stati Uniti sarà anno di elezioni per il rinnovo del Congresso.

 

Restano da verificare quali saranno le scelte statunitensi per l’intera regione del Pacifico, sia a livello strategico che commerciale. Al momento scenari di scontro tra Washington e Pechino sembrano essere quanto mai utopici. Gli Stati Uniti sono fortemente indebitati e scatenare un conflitto di qualsivoglia tipo con la Cina rischierebbe di portare il paese verso un crollo in stile sovietico. Non è però da escludersi a priori la possibilità che, nel prossimo futuro, la Casa Bianca si trovi costretta a dover fronteggiare una Cina più potente ed arrogante sia sul versante economico che su quello strategico-militare. Settanta miliardi di metri cubi di gas e venticinque miliardi di dollari: questo il valore del patto siglato da Gazprom e China National Petroleum Corporation. Con questo agreement, negoziato direttamente dai due premier Wen Jabao e Wladimir Putin nel corso di colloqui ufficiali tenutisi a Pechino, la Russia fornirà alla Cina ogni anno 70 miliardi di metri cubi di gas ottenendo in cambio prestiti commerciali per 25 miliardi di dollari. I tecnici russi in collaborazione con quelli cinesi costruiranno una raffineria a Tianjin e gestiranno in joint venture tra le 300 e le 500 stazioni di rifornimento. Gazprom si è impegnata inoltre a fornire alla Cina gas liquido estratto da Sakhalin, ad ulteriore riprova della volontà di entrambi i paesi di stringere rapporti politico-commerciali sempre più profondi in tema di energia ed idrocarburi. Il vicepremier cinese Wang Qishan ha definito questi accordi come “una nuova fase di collaborazione a lungo termine” tra le due potenze, che riguarderà non solo il settore energetico ma anche quelli finanziario e militare. La Development Bank e la Agricultural Bank, entrambe cinesi, hanno infatti accordato a Vnesheconombank e a Vneshtorgbank, banche russe, un prestito da mezzo miliardo di dollari ciascuna e le Forze Armate dei due paesi si doteranno di una linea di comunicazione preferenziale per mantenere un contatto costante in caso di lanci di missili balistici contro i due paesi. Cina e Russia si candidano quindi a diventare il baricentro politico ed economico di una regione, quella del Pacifico, che sarà di fondamentale importanza per gli interessi globali. Al contempo, condividendo informazioni in campo di sicurezza militare, cercano di gettare basi comuni che possano consentire ad entrambe di affrontare eventuali sfide strategiche, in un futuro che sembra farsi ormai sempre più prossimo. Come affronteranno allora a Washington la minaccia cinese e la potenziale competizione con Mosca sul versante europeo e su quello del Pacifico? Si tornerà ad una situazione già vista, in cui due superpotenze si affrontano in una guerra congelata dalla paura ? Difficile dirlo ora, ma tutto lascia pensare che nel prossimo futuro non ci troveremo di fronte a ricorsi storici, le leadership saranno chiamate a scrivere una nuova pagina di politica internazionale se vorranno preservare uno dei beni più preziosi per l’umanità. (Simone Comi)