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Analisi e riflessioni dagli Stati Uniti

Un anno di politica estera targata Barack Obama, quale soluzione per la regione afgano-pakistana?

Lo scorso novembre, in queste stesse ore, il mondo intero iniziava a chiedersi quali sarebbero state le prime iniziative del nuovo presidente eletto degli Stati Uniti, entrato effettivamente in carica solo dopo la cerimonia d’insediamento del successivo gennaio. Erano in molti ad ipotizzare possibili stravolgimenti sulla scena politica statunitense ed internazionale, confidando, forse un po’ avventatamente, nella presunta intenzione del nuovo presidente di rivedere in profondità le posizioni della precedente amministrazione Repubblicana rispetto a temi piuttosto delicati. Liberando la Casa Bianca dai neo-conservatori, Barack Obama ha innanzitutto spogliato la politica estera statunitense di quei contenuti ideologici che hanno fatto la fortuna politica, dati i due mandati ottenuti, e le disgrazie militari dell’amministrazione guidata da George W.Bush. In primo luogo quindi, con il nuovo presidente è cambiata la visione che gli Stati Uniti hanno del mondo.

Gli ultimi 365 giorni hanno inoltre mostrato all’intera comunità internazionale la volontà della nuova presidenza di avviare un processo di cambiamento d’approccio alle relazioni internazionali che merita di essere analizzato. Barack Obama ha infatti un’idea completamente diversa, rispetto al suo predecessore, di come la Casa Bianca dovrebbe governare un sistema internazionale piuttosto complesso e multidimensionale, in cui non si intravedono potenze in grado di sostituire l’egemone. Pragmatismo, dialogo, fermezza e multilateralismo. Questi i pilastri fondamentali del nuovo corso diplomatico che Obama ha inaugurato subito dopo l’entrata in carica.

 

Parlare con il popolo musulmano che vedeva negli Stati Uniti il Grande Satana, proporre all’Iran la via del dialogo ufficiale per risolvere pacificamente, trovando magari un percorso condiviso, la questione del nucleare. Tendere la mano ai leader latino americani rimasti scottati dalla presunzione yankee, mostrata da Bush nei progetti economici pan-americani, lasciando al contempo aperta la strada per un possibile disgelo nelle relazioni con Cuba e Venezuela. Favorire il miglioramento dei rapporti con il Cremlino decidendo di sospendere la costruzione dello scudo missilistico europeo tanto inviso alla leadership moscovita. E ancora, gli Stati Uniti e la Cina, due colossi economici fortemente interdipendenti, sembrano essere finalmente consapevoli dell’inutilità di pianificare strategie ostili contro la maggior controparte economica esistente. I debiti statunitensi legati ai crediti cinesi, Washington e Pechino legate quindi da un patto di convenienza economica che difficilmente si romperà nei prossimi anni, forse addirittura nel prossimo decennio. Anzi, entrambi potrebbero invece lavorare per stabilizzare un’arena internazionale sempre più preda di anarchia e interessi specifici che rischiano di dar vita a tensioni profonde e ravvivare questioni latenti rimaste sepolte negli ultimi anni.

 

Sul primo anno di politica estera targata Obama restano però sospese come due macigni le questioni più importanti per il futuro del presidente. L’opinione pubblica sembra attendere, infatti, un rapido ritiro delle truppe e l’uscita dalla sempre più difficile gestione della zona afghano-pakistana: entrambe le situazioni sembrano poter accelerare ulteriormente il logoramento del rapporto di fiducia tra il comandante in capo e i suoi elettori. In Iraq rimarranno probabilmente impegnate alcune migliaia di soldati a supporto delle forze di sicurezza, mentre in Afghanistan la situazione sembra essere più delicata, dipendente in parte da fattori differenti. Barack Obama ha chiesto agli alleati europei un maggior impegno a sostegno dell’intervento statunitense, per scacciare dalla Casa Bianca l’ombra di un fallimento che sembra farsi sempre più prossimo. L’attuale presidente sta cercando in ogni modo di evitare di trovarsi nella stessa situazione in cui si trovò Lyndon Johnson poco più di quarant’anni fa. Per scacciare il fantasma della disfatta in stile Vietnam, Barack Obama avrà però bisogno di un’idea migliore che un invio di truppe in un paese che la Storia ha dimostrato essere incontrollabile per una forza di occupazione. E’ troppo presto per dare dei giudizi su quanto fatto dalla Casa Bianca a livello internazionale in questi ultimi dodici mesi, ma bisogna riconoscere che i cambiamenti di tendenza rispetto al passato sono ben visibili. Barack Obama rischia di trovarsi prigioniero di una tagliola lasciata aperta sul suo cammino da George W.Bush: Iraq e Afghanistan sono infatti temi che potrebbero costare all’attuale presidente la futura possibilità di venir rieletto.

Il problema Afghanistan è inoltre multidimensionale. Oltre che a livello strategico non bisogna dimenticare che il paese può essere paragonato ad un’immensa coltivazione di papaveri da oppio e ad un laboratorio per la produzione di eroina. La pubblicazione dell’ultimo rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per le Droghe e il Crimine  (UNODC) ha riportato all’attenzione dell’intera comunità internazionale un problema che troppo spesso passa in secondo piano, schiacciato tra notizie di incremento delle truppe o nuove strategie per pacificare una regione lacerata da scontri e attentati. Il traffico di droga e la coltivazione dell’oppio sono tra i mali che affliggono l’Afghanistan da sempre, ma che sembrano essere diventati fenomeni in continua espansione nonostante le campagne lanciate dalle più svariate agenzie internazionali. Da quanto di apprende dal rapporto UNODC i signori della droga avrebbero infatti visto salire i loro guadagni dopo l’invasione delle Forze Armate statunitensi e delle missioni NATO. I talebani, infatti, guadagnano attualmente con la tassazione ed il traffico di droga una cifra che si avvicina ai 125 milioni di dollari all’anno. Un incremento notevole degli introiti se si pensa che dieci anni fa i capi talebani guadagnavano infatti tra i 75 e i 100 milioni di dollari imponendo illecitamente imposte sul commercio di droga.

 

I guerriglieri talebani avrebbero inoltre creato una sorta di tassa sulla lavorazione dell’eroina e sull’importazione di precursori chimici che servono per la preparazione della polvere, mentre un ulteriore fonte di entrate proviene direttamente dal mercato degli oppiacei in Pakistan. Delle 3500 tonnellate di oppio che vengono fatte uscire ogni anno dai confini afghani almeno due terzi sarebbero già trasformati in eroina, tagliata e preparata in laboratori illegali di fortuna sia nelle regioni interne del paese che nelle zone a ridosso dei confini pakistani. Il viaggio dell’eroina è lungo: se la polvere non si ferma in Pakistan o in Iran, che secondo le stime bloccano circa il 20 ed il 17% della droga che transita entro i confini nazionali, arriva sul mercato europeo e su quello statunitense. Le stime indicano che nel 2008 in Europa sarebbero state consumate circa 90 tonnellate, in Russia circa 70 tonnellate e in Nord America si sarebbe arrivati alle 25 tonnellate. L’Afghanistan produce il 92% dell’oppio mondiale, l’Europa ne consuma il 19% mentre la Russia e l’Iran il 15%. Il giro d’affari si aggirerebbe intorno ai 65 miliardi di dollari, per un mercato che conta almeno 15 milioni di tossicodipendenti da sostanze illegali a base oppiacea e che potrebbe crescente ulteriormente nel prossimo futuro.

 

Sebbene siano stati approntati i più svariati programmi per la lotta alla produzione di oppio e al traffico di eroina non sembrano esserci stati miglioramenti di sorta in passato e la situazione rischia anzi di divenire sempre più ingovernabile. I soldi legati al traffico di droga servono infatti a finanziare una miriade di gruppi combattenti, una sorta di esercito la cui struttura è sempre più complessa e le cui truppe sempre più sparse nella regione. Secondo lo studio UNODC i fondi raccolti con il narcotraffico servono a finanziare le forze ribelli del Baluchistan, regione del Pakistan, il Partito Islamico del Turkmenistan e il movimento indipendentista islamico dell’Uzbekistan. Il rafforzamento di cellule islamiche o movimenti estremisti nei paesi della zona potrebbero creare ulteriore instabilità, senza contare che gli stessi talebani riescono a finanziare le loro attività terroristiche in tutto il paese grazie agli introiti legati alla tassazione delle attività illegali. L’Afghanistan rischia quindi di trasformarsi in un fallimento strategico-militare che potrebbe avere pesanti ripercussioni lontano dai confini regionali. I progetti di tipo militare da parte degli Stati Uniti e della NATO serviranno a poco se non si riuscirà a bloccare un fenomeno che ha risvolti politici, economici e culturali di gran lunga più importanti. L’intera regione rischia di trasformarsi in una polveriera alimentata dai soldi della droga e da scontri etnici, politici e religiosi che difficilmente giungeranno ad una conclusione. La comunità internazionale, e Washington in particolare, sarà quindi chiamata a supportare più attivamente il futuro esecutivo: quello dell’oppio è infatti un problema che potrebbe avere risvolti geopolitici delicati anche per i paesi lontani dai campi di papaveri afghani.

Sul versante pakistano la situazione non sembra essere migliore. Negli ultimi mesi il Pakistan è diventato uno dei fronti più caldi dell’offensiva occidentale contro le cellule terroristiche e i gruppi talebani che hanno le loro basi operative nelle valli delle regioni di confine, nel nord del paese. Da tempo le Forze Armate statunitensi hanno intensificato le missioni aeree e quelle di terra, spingendosi spesso in territorio pakistano ed arrivando in qualche occasione a scontrarsi con reparti speciali dell’esercito di Islamabad. La situazione è andata esacerbandosi negli ultimi mesi, tanto che ora a Washington non si parla solo di afghanizzazione del conflitto ma si ventila l’ipotesi di alleggerire la pressione militare sulle regioni dell’Afghanistan, per aumentarla nelle zone di confine con il Pakistan. E’ stato lo stesso vicepresidente Joe Biden, profondo conoscitore di politica estera, a proporre una possibile nuova strategia per la regione. Nuovo corso strategico che non solo consentirebbe di bloccare l’incremento di truppe richiesto dal comandante McChrystal, ma che potrebbe consentire un sostanzioso ritiro degli effettivi schierati ed impegnati nelle azioni di terra. Aumentare le missioni delle squadriglie aeree potrebbe portare, secondo Biden e molti Congressmen Democratici, a migliori risultati nella caccia ai terroristi e ai capi talebani, evitando al contempo perdite di soldati, impegnati nella caccia su un terreno aspro e in cui gli agguati sono eventi ormai all’ordine del giorno.

 

Da parte pakistana non sono giunti commenti alla proposta di Biden e sul fronte politico interno sembra convivere un dualismo latente che potrebbe creare più di un problema nel prossimo futuro. Se da una parte il presidente Asif Ali Zardari sembrava accettare di buon grado eventuali interventi in territorio pakistano, di differente avviso è parso il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il Generale Ashfaq Parvez Kayani. Quest’ultimo ha infatti risolutamente condannato i raid statunitensi entro i confini del paese, mostrando una certa riluttanza ad accettare eventuali interventi concordati preventivamente e costringendo il presidente a fare altrettanto, per evitare una spaccatura interna su un tema così delicato. Sulla questione l’atteggiamento pakistano rimane quindi avvolto da incertezza, situazione che non aiuta di certo il dialogo e la condivisione di obiettivi comuni con l’alleato statunitense. La dualità di posizioni e la fumosa distribuzione del potere tra Islamabad, sede del potere politico, e Rawalpindi, sede del quartier generale dell’esercito, potrebbe inoltre portare a tensioni e scontri all’interno dello stesso establishment pakistano. Al momento la Casa Bianca ha assunto un atteggiamento particolarmente attendista, probabilmente l’unico possibile in una partita in cui troppe pedine devono ancora trovare una posizione soddisfacente e stabile, su una scacchiera che appare oggi quanto mai pericolosa. Barack Obama ha inoltre deciso di congelare le decisioni sull’aumento delle truppe schierate: ottobre è stato un mese particolarmente duro per l’esercito, con un elevato numero di caduti in azioni di guerra e pattugliamento. La guerra è già particolarmente invisa all’opinione pubblica: non sarebbe una mossa politica dettata dalla saggezza decidere di aumentare il numero di soldati dopo un mese di lutti e difficoltà. L’escalation militare non è la sola possibilità per Barack Obama e la migliore alternativa sembra averla fornita Joe Biden. Quella del vicepresidente è una strategia che di certo permetterà all’amministrazione di recuperare qualche punto percentuale nei sondaggi di gradimento, ma potrebbe costare un prezzo molto alto in termini di tensioni e crisi nella regione. Aumentare la pressione sul Pakistan, che come detto prima non vive già una situazione di perfetta stabilità interna, potrebbe infatti favorire il diffondersi di tensioni sempre più aperte e dure tra i due centri del potere, tra il Presidente Zardari e il Generale Kayani. Situazione che, per un paese avvezzo ai colpi di Stato da parte dei membri delle Forze Armate, potrebbe voler dire tornare a vivere in un passato abbastanza recente. O, scenario ancor peggiore, favorire una nuova offensiva dei talebani e un allargamento del fronte fino ad Islamabad, con le truppe statunitensi coinvolte in una guerra dai confini sempre più allargati ed indefiniti. (Simone Comi)