New York, NY
Chicago, IL
Denver, CO
Los Angeles, CA
Anchorage, AK
Honolulu, HI


  • Presentazione
  • Iscrizione alla Fondazione
  • Partecipano alle nostre iniziative
  • Memorial 11 Settembre
  • Iscriviti alla newsletter
  • 5 per 1000
  • Maratona di New York


Analisi e riflessioni dagli Stati Uniti

Stati Uniti e Cina, possibile parlare di un vero G2?

La visita di Barack Obama in Cina ha chiarito in maniera definitiva e piuttosto esplicita quali potenze guideranno l’economia mondiale nei prossimi anni. Obiettivo primario di Stati Uniti e Cina sarà di  mantenere entro binari certi quel corso economico che è deragliato nell’ultimo biennio a causa della crisi. Il tour asiatico di Obama non sembra aver però raccolto consensi al di qua del Pacifico: in patria il presidente statunitense è stato attaccato duramente da più fronti e commentatori di entrambi gli schieramenti politici hanno criticato le posizioni diplomatiche e le dichiarazioni pronunciate davanti ai leader cinesi. Anche i giornali non hanno risparmiato dure accuse alla Casa Bianca, definendo la missione deludente nei toni e arrendevole nell’approccio a quella che viene considerata la nuova superpotenza in ascesa. La risposta del portavoce presidenziale è stata piuttosto ironica: Robert Gibbs ha infatti precisato che nessuno dei partecipanti agli incontri si aspettava l’apertura delle acque come nel passo biblico in cui Mosè attraversò il Mar Rosso. A parte la delusione di coloro i quali attendevano il viaggio di Obama in Cina come un evento di tipo messianico, la visita sarebbe anzi da considerarsi soddisfacente per la varietà di temi discussi e la possibilità di confronto tra i leader delle due maggiori economie globali.

 

Washington e Pechino sono economicamente interdipendenti e complementari e questo legame dovrebbe rivelarsi indissolubile almeno per tutto il prossimo decennio. Quella che sembrava essere solo un’ ipotesi fino a pochi anni fa è ormai realtà, con dati economici e l’atteggiamento dei due governi a conferma di quanto molti analisti, finanziari e non, sostengono da tempo.

Differente è però considerare Stati Uniti e Cina come i paesi che guideranno a livello politico i consessi internazionali e un’arena che sembra farsi sempre più anarchica. Sebbene l’economia globale possa essere un denominatore comune abbastanza solido su cui poter poggiare un’intesa di massima tra i due paesi,  questa potrà portare, nella migliore delle ipotesi, a decisioni condivise sulla direzione da dare alla crescita ed allo sviluppo. Il rischio maggiore è però che le due leadership si trovino ben presto a scontrarsi: differenze culturali, sociali e valoriali profonde separano infatti le due sponde del Pacifico. Difficilmente gli Stati Uniti e la Cina riusciranno a trovare nei prossimi anni una visione condivisa del futuro, elemento fondamentale se ci si propone di guidare insieme un sistema complesso come quello internazionale. Per questo è probabile che quello che viene da molti definito come il prossimo governo mondiale non resti in realtà null’altro che un duopolio economico, circoscritto a settori ben precisi e non in grado di determinare grandi mutamenti né per quanto riguarda la struttura del sistema internazionale né su questioni di minor impatto ma ugualmente importanti.

 

Fin dal giorno del suo insediamento Barack Obama sta cercando di gestire il ridimensionamento della leadership statunitense, corrosa da un decennio di scelte ideologiche in campo internazionale e da una presidenza per nulla incline ad ascoltare i consigli degli alleati o le parole di coloro che venivano definiti, a volte un po’ semplicisticamente, nemici. Negli Stati Uniti sono in molti a chiedersi se Obama non abbia concesso fin troppo, nella forma diplomatica e nell’approccio, a quello che viene considerato il primo concorrente globale anche sul piano politico. La Cina è dipinta a Washington, ma non solo, come una versione economicamente riveduta e corretta dell’Unione Sovietica, sovrapposizione rischiosa che è rimasta probabilmente davanti agli occhi dell’opinione pubblica statunitense per almeno un decennio. L’attuale strategia del nuovo presidente risulta poco chiara a molti dei suoi connazionali, probabilmente in difficoltà ad accettare che gli Stati Uniti non sono più considerati all’estero, e da considerare in patria, il faro destinato ad illuminare il mondo. Allo stesso tempo, però, questa frattura voluta da Obama rispetto ad un passato ancora troppo prossimo, potrebbe rilanciare a livello globale la Casa Bianca. Come interlocutore primario in caso di situazioni di crisi e ancor più nel ruolo di baricentro globale di un sistema che sta andando verso una multipolarità, di tipo macroregionale, a noi ancora sconosciuta. (Simone Comi)