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Analisi e riflessioni dagli Stati Uniti

La lunga lotta al terrorismo passa anche dallo Yemen

Il fallito attentato aereo delle scorse settimane e le conseguenti polemiche sull’incapacità di previsione dei servizi di intelligence statunitensi hanno riportato a Washington un clima caratterizzato da tensioni, paure e critiche. Le polemiche hanno spesso catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica, che per certi versi sembra essere ricaduta in un isterismo dettato dalla paura che possa verificarsi un nuovo 11 settembre. Alla Casa Bianca quanto successo ha suscitato inizialmente un certo nervosismo e una dura reazione da parte di Barack Obama, giunto a dichiarare una pronta risposta contro chiunque fosse coinvolto nel tentato attacco terroristico. Nei giorni immediatamente successivi l’esecutivo ha però deciso di riportare entro limiti precisi le dichiarazioni dei funzionari e la linea strategica da seguire, in modo da poter rispondere efficacemente ad eventuali eventi di questo tipo sia in territorio nazionale che in caso di attacchi contro le sedi diplomatiche nel mondo. L’immediata chiusura dell’ambasciata in Yemen ha indotto molti analisti a pensare alla possibilità di pesanti ed immediate ritorsioni di tipo militare contro i campi di addestramento di Al Qaeda nel paese. Per alcuni giorni gli organi di stampa internazionale hanno prospettato l’apertura di un nuovo fronte di guerra, il terzo nella regione, e quindi la possibilità di interventi diretti dei militari in suolo yemenita. Nulla di tutto ciò è avvenuto e l’apparente immobilità statunitense sembra poter essere un ulteriore prova del nuovo corso che Barack Obama ha impresso all’approccio dell’esecutivo verso le questioni di politica internazionale.

 

A pochi giorni dal tentato attacco al volo della Delta Airlines da parte dello studente nigeriano Abdulmuttallab, la Casa Bianca ha fatto sapere che non sarebbe stato aperto un nuovo fronte di guerra contro Al Qaeda nello Yemen. John Brennan, consigliere del presidente per il terrorismo con alle spalle una lunga carriera nella CIA, ha dichiarato che l’esecutivo statunitense è pronto anzi a sostenere il governo di San’a e che gran parte dei 90 prigionieri yemeniti di Guantanamo saranno rimpatriati nel loro paese solo nei tempi opportuni e nei modi adeguati. Quest’ultima precisazione è senza dubbio un segno del fatto che, pur volendo supportare il governo yemenita nella lotta ad Al Qaeda, la Casa Bianca preferisce non correre il rischio di dover assistere a pericolose evasioni di terroristi pronti a rientrare attivamente nella lotta contro gli Stati Uniti. Allo stesso tempo, i servizi di intelligence statunitensi cercheranno una maggior collaborazione con il Mukhabarat yemenita e il GSS saudita, attivo in Yemen già da qualche tempo, così da poter monitorare le attività dei gruppi sospettati di far parte di Al Qaeda o di essere in contatto con Nasser Al Wahishi, uno dei leader qaedisti più attivi nella zona negli ultimi mesi. Come prima misura volta a scongiurare la possibilità di ulteriori tentativi di attacco a velivoli civili, i passeggeri in arrivo negli Stati Uniti da 14 paesi considerati a rischio dovranno passare una rete di controlli più severa che quella approntata finora, decisione che ha scatenato aspre critiche ma che sembra essere un atto dovuto dopo quanto è successo nelle ultime settimane.

 

Di certo la Casa Bianca disporrà cambiamenti importanti all’interno dei servizi di intelligence: Barack Obama ha dichiarato che i servizi di sicurezza hanno fallito in maniera disastrosa poiché avevano complessivamente abbastanza informazioni per prevenire l’attentato sul volo della Delta Airlines. La mancanza di coordinamento fra le differenti agenzie di intelligence è uno dei problemi “storici” del comparto della sicurezza a stelle e striscie. Già nel recente passato la mancanza di condivisione di notizie sensibili è costata alla Casa Bianca e al paese intero un prezzo altissimo: prima degli attacchi al World Trade Center erano state raccolte infatti notizie sufficienti a ricostruire il quadro di una situazione potenzialmente esplosiva ma la mancanza di canali di dialogo tra le agenzie ha poi impedito un’efficace azione di prevenzione. Al momento i servizi di intelligence statunitense sembrano vivere un momento particolarmente difficile. Negli stessi giorni del tentato attacco al volo Delta, sette agenti della CIA sono morti in un attacco suicida organizzato da un infiltrato in Afghanistan, reclutato dopo la sua cattura nel 2007 e conosciuto anche dai servizi di intelligence siriani. Dopo alcune missioni concluse in maniera positiva, secondo gli analisti, che hanno ipotizzato il perché di tale gesto, sembra essersi fatta largo l’ipotesi che in realtà l’infiltrato si sia trasformato da subito in un agente del controspionaggio per Al Qaeda. L’attacco suicida, avvenuto all’interno di una base militare statunitense, ha rivelato lacune profonde nel sistema di sicurezza e gestione degli agenti reclutati nella regione. Non è infatti il primo caso di un infiltrato che dopo aver lavorato su entrambi i fronti decide di espiare le sue colpe scegliendo la via del martirio. E’ forse ancora troppo presto per poter ipotizzare quali saranno le decisioni di Barack Obama e delle alte gerarchie dell’intelligence per cercare di uscire da questa situazione di difficoltà operative. Di certo però un’eventuale epurazione sarà silente. Poco si saprà all’esterno di eventuali rimozioni o rivoluzioni all’interno delle agenzie, ma qualcosa, questo è certo, dovrà cambiare.

 

Mai come ora gli Stati Uniti avrebbero bisogno di servizi di intelligence capaci di lavorare in teatri ostili e di prendere quelle iniziative che un esecutivo non può permettersi di ordinare. Da anni ormai il comparto militare ha preso il sopravvento, in termini di libertà operative e fondi, erodendo lentamente la possibilità, ad esempio della CIA, di operare nei diversi teatri di conflitto come già fece nel passato, seppur con alterne fortune. Resta da verificare se Barack Obama deciderà di continuare sulla via tracciata dai suoi predecessori o se rilancerà il ruolo dei servizi di intelligence in territorio statunitense e all’estero, primo passo verso una più efficace opera di contrasto ad un nemico che non utilizza le tattiche della guerra tradizionale e i cui attacchi potrebbero essere prevenuti semplicemente con un miglior coordinamento tra le diverse Agenzie. (Simone Comi)