Intervista del presidente della Fondazione Italia USA al mensile “Duemila”

Intervista del presidente della Fondazione Italia Usa al mensile italiano “Duemila”. Riportiamo qui uno stralcio del servizio e il pdf dell’intervista integrale.

Gli italiani secondo il suo punto di vista in che modo considerano il Presidente Obama? È un importante personaggio anche politico che in sé racchiude le speranze di chi lo elegge e di chi non può?

Dopo cento giorni dalla sua elezione, la Fondazione Italia USA insieme a Eurispes ha realizzato un sondaggio sul gradimento degli italiani verso il presidente Obama. I risultati sono stati per certi versi inattesi, confermando un consenso molto ampio, quasi plebiscitario, verso il presidente americano. Il presidente americano, tuttavia, è eletto dagli americani, e non dagli europei, che tributano ad Obama consensi ancora molto ampi mentre negli USA il gradimento attuale non gli consentirebbe la rielezione se si votasse nelle prossime settimane. Come evidenziano alcuni analisti, forse è un presidente un po’ troppo “europeo”. Decisioni come quella di sostenere l’edificazione di una moschea nei pressi di Ground Zero, ad esempio, toccano negativamente la pancia e il cuore della massa degli americani. Ma più in generale va notato che creare una grande attesa, quasi messianica come abbiamo visto in campagna elettorale nel 2008, rischia poi di comportare un fuoco di ritorno in termini di consenso, qualora i problemi non siano risolti così come l’opinione pubblica si attendeva.

La cultura in America rischia a suo parere di vivere una forte crisi come nel nostro paese?

In primo luogo non credo che la cultura in Italia stia vivendo una forte crisi. Certamente i modelli della globalizzazione portano differenti evoluzioni culturali soprattutto nei giovani, ma questa non è una peculiarità dell’Italia. Anzi, se andiamo a vedere in Europa, credo che proprio la nostra storia e il nostro retaggio consenta ancora di rilevare interesse e approfondimento per la cultura. Peraltro il dibattito che ha avuto recentemente luogo nel nostro Paese mi pare abbia dimostrato un’eccessiva dipendenza della cultura dallo Stato, quanto meno nei finanziamenti. Personalmente non so quanto questa situazione possa durare, tuttavia è certo che molti vorrebbero il mantenimento di una cultura “dipendente” dallo Stato e dello Stato. L’America è diversa: anche lì i modelli culturali sono diversificati, se non altro come frutto dell’eredità delle tante culture che compongono gli Stati Uniti. E’ poi la cultura stessa che sta cambiando, basta vedere come i nuovi strumenti ormai in mano a tutti gli americani, come l’iPhone o l’iPad, siano basati sulla cultura dell’immagine e di un nuovo modello di comunicazione, che stanno sostituendo la parola e le tastiere.

La famiglia e il matrimonio cambiano radicalmente in America, mettendo queste importanti realtà a confronto? Per quanto riguarda i singles che non possono o non hanno l’opportunità di mettere al mondo figli o di sposarsi le adozioni sono più facilitate rispetto al nostro paese o ad altre nazioni?

In realtà è impossibile rispondere a questa domanda in modo univoco. L’America è molto diversa da Stato a Stato, e ogni Stato adotta una propria legislazione su una serie di materie. Tra queste proprio le unioni coniugali, le adozioni e via dicendo. Nello Stato di Washington, molto liberal, si possono ad esempio adottare dei bambini anche se si è single. Non è così nella parte più tradizionalista e conservatrice dell’America. Interi Stati sono legali a credi religiosi, come possono essere i mormoni, mentre altri sono più laici ed altri ancora più vicini al cattolicesimo. L’America è unica anche per questo, per la sua unione nella diversità. “E pluribus unum”, da molti uno, era il motto originario quando le prime tredici colonie diedero vita all’indipendenza degli Stati Uniti d’America. Ed è proprio questa, a mio avviso, la forza che rende vincente questo grande Paese.

Intervista Duemila

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