Messaggio della Fondazione Italia USA al Presidente della Repubblica Italiana

Il presidente della Fondazione Italia USA, on. Rocco Girlanda, ha indirizzato la seguente lettera al presidente della Repubblica, on. Giorgio Napolitano, in ordine al caso Amanda Knox.

Illustre Presidente,

mi rivolgo a lei nella mia veste di presidente della Fondazione Italia USA – che come le è noto è una istituzione internazionale bipartisan alla quale aderiscono decine di parlamentari e alcuni tra i maggiori esponenti del mondo culturale, diplomatico, giornalistico e scientifico del nostro Paese – e come parlamentare membro della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati. La vicenda della detenuta americana Amanda Knox ha suscitato grandi discussioni e polemiche, soprattutto negli Stati Uniti dove sono stati coinvolti persino membri del Congresso e diverse autorevoli personalità istituzionali. Sto lavorando personalmente da oltre un anno per cercare di appianare le tensioni, sia in Italia che negli Stati Uniti, che questo caso ha generato. Pur nel pieno rispetto dello svolgimento processuale e del ruolo della magistratura giudicante, non possiamo non notare che il processo di appello ha obiettivamente aperto più ampi e clamorosi dubbi su quelle che erano state considerate evidenti prove nella fase di primo grado, in cui non si erano ammesse possibilità di ulteriori perizie e di audizione di testimoni, limitando cioè il dibattimento, di fatto, alle sole ragioni dell’accusa. Del resto lo stesso presidente della Corte d’Appello ha aperto il processo di secondo grado con una precisazione più che eloquente: “Il rispetto dell’articolo 533 del Codice di procedura penale (pronuncia di condanna soltanto se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio) non consente di condividere totalmente la decisione della Corte d’Assise di primo grado”. La domanda che mi pongo è chi risarcirà due giovani ventenni, nell’auspicato caso in cui il processo di appello riconoscesse la loro innocenza, dei quattro anni di vita e di libertà che sono stati loro ingiustamente sottratti e che nessun indennizzo economico potrà mai compensare. L’utilizzo della carcerazione preventiva caratterizza purtroppo da tempo il nostro Paese. Proprio negli Stati Uniti tale misura appare di difficile comprensione, in quanto, secondo le norme che variano da Stato a Stato, negli USA si può essere detenuti dalle 48 alle 72 ore, dopodiché o si viene dichiarati imputati o si viene rilasciati. Processi come questo di Perugia si sarebbero potuti celebrare con gli imputati in condizione di libertà, eventualmente con misure restrittive circa l’espatrio per quanto riguarda una cittadina straniera. Eppure è stata addotta come ragione per una detenzione in carcere la possibile reiterazione del reato, una motivazione che mi limito a definire surreale per chi come me, da oltre un anno a questa parte, ha avuto modo di conoscere Amanda Knox. Ho infatti sentito l’obbligo di scrivere un libro su Amanda Knox frutto dei tanti colloqui avuti con lei in carcere, proprio per renderle giustizia e spiegare all’opinione pubblica mondiale che la vera Amanda è una ragazza completamente diversa dall’immagine che, con il contributo dei media, è emersa inizialmente. Tutto il personale della Polizia Penitenziaria del carcere di Perugia, che la conosce da oltre tre anni, mi ha confermato il suo comportamento esemplare fatto di rispetto e gentilezza verso tutte le altre detenute e verso tutto il personale penitenziario. Amanda è una ragazza di cui oggi sono fiero di dichiararmi grande amico. E’ la ragazza ideale con cui manderei in vacanza, affidandoglieli, i miei cinque figli. Eppure sin dall’inizio questo caso ha fatto rilevare delle forzature estremamente inquietanti per uno Stato di diritto. Durante le fasi di indagine un dirigente della Polizia di Stato, in un’intervista televisiva presente anche su internet, ha mostrato alle telecamere il corridoio degli uffici della Polizia a Roma dove sono esposti ritratti fotografici incorniciati di personaggi come i capi della criminalità organizzata, serial killer ed altri malviventi condannati con sentenze molto pesanti passate in giudicato. Il dirigente in questione ha mostrato anche tra i successi del Servizio Centrale Operativo, subito dopo le immagini del capo della mafia Bernardo Provenzano, un ritratto fotografico incorniciato di Amanda Knox. Tale ritratto è stato affisso presso gli uffici della Polizia di Stato prima ancora dell’inizio del processo di primo grado, ed accompagnato da gravissime dichiarazioni alla stampa del suddetto dirigente (che non risulta essere mai stato sanzionato) dove egli sostiene che un’investigazione unicamente “psicologica”, e senza nessun altro ausilio tecnico-scientifico, “ci ha consentito di arrivare in brevissimo tempo all’individuazione dei colpevoli”. Non è necessario richiamare qui che in base ai principi giuridici del nostro Paese un imputato può essere eventualmente definito colpevole al termine di tre gradi di giudizio da parte della magistratura, e non al termine degli interrogatori di polizia. Appare invero piuttosto curioso ed inquietante per uno Stato liberale e democratico che, malgrado quanto espressamente prescritto dal codice di procedura penale circa la necessità di prove assolutamente certe ed inequivocabili, sia possibile giudicare un cittadino colpevole solo su base “psicologica” e dopo un interrogatorio di polizia. E tanto più alla luce delle risultanze del processo di appello, dove le prove e testimonianze emerse in primo grado si stanno rivelando nel migliore dei casi contraddittorie o inattendibili. Tutte le criticità avvenute nelle varie fasi sia delle indagini, con dichiarazioni fuori luogo da parte della polizia giudiziaria, sia del processo di primo grado, sono state ampiamente riportate e diffuse negli Stati Uniti, anche in talk show con decine di milioni di telespettatori, alimentando non senza ragione perplessità verso l’amministrazione della giustizia del nostro Paese. Come scriveva Martin Luther King in una sua lettera dal carcere di Birmingham, Alabama, “l’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque… La giustizia ottenuta troppo tardi è giustizia negata”. In questa luce e con l’intendimento di una auspicata pronuncia di riforma della sentenza di primo grado relativamente al processo di Amanda Knox in corso a Perugia, ben conscio della sensibilità che Ella nutre verso la nazione americana e verso gli eccellenti e storici rapporti di amicizia tra i due Paesi, mi permetto di rivolgerle un appello perché un Suo autorevole intervento contribuisca a ricomporre e mitigare le tante polemiche che questa vicenda ha generato al di qua e al di là dell’Atlantico. Nel manifestarle sin da ora la mia gratitudine, anche dei tanti numerosissimi cittadini italiani e americani che la Fondazione Italia USA si onora di rappresentare, colgo l’occasione per esprimerle i sensi dei miei più deferenti ossequi.

Rocco Girlanda

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